Postumi.

 

Frecciabianca Milano Centrale -> Venezia, 18/08/12 h 18:08

Qualcosa come 24ore fa abbiamo recapitato noi stesse a casa dopo l’avventura scozzese. Con una certa soddisfazione abbiamo mangiato per cena della vera pasta italiana con del vero sugo italiano nel nostro appartamento milanese da 31,5° C per poi satolli buttarci a letto e passare la notte a rotolarci nel nostro stesso sudore – perché GUAI dormire col ventilatore acceso che fa male.
Stamattina abbiamo capito che era veramente troppo questo sbalzo termico e che sarebbe stato meglio abbandonare subito l’afosa Milano e dirigerci verso la nostra terra d’origine alla ricerca di refrigerio e magari di un rapporto più vero con la natura e con noi stesse.
Ma nel capire questo anche siamo diventate consapevoli che il nostro cellulare, con il quale abbiamo un rapporto molto incostante e distratto se non lavoriamo, era rimasto abbandonato sul Malpensa Shuttle che il giorno prima ci aveva deportato dal famoso aeroporto alla altrettanto famosa stazione Centrale.
Fatte inutili telefonate, abbiamo chiamato l’operatore e bloccato la carta sim e, mentre una parte di noi si occupava di dare una sistemata all’appartamento milanese da 35°C, un’altra parte di noi pedalava di buona lena verso la più vicina stazione dei carabinieri per denunciare l’avvenuto smarrimento, fatto questo tornava a casa, mangiava una  piadina, faceva una valigia, chiamava un taxi e insieme si partiva di nuovo.

La sensazione su questo Frecciabianca è di stordimento, causa probabile l’ennesimo sbalzo di temperatura – passando da i credo 35°C con puzza di catrame e umanità della stazione ai credo 18°C con puzza di umanità di questo vagone sigillato. Ma forse, mentre uno strano assopimento ci coglie di sorpresa, ci chiediamo se non sia quest’atmosfera rarefatta e sofisticata da nave spaziale, quest’aria condizionata nel vero senso della parola, fresca ma che sembra usata, mentre questo  frigo su rotaie ci porta via, oppure non sia proprio quello strano rapporto che a volte abbiamo con gli spostamenti, e cioè di prenderli come qualcosa di mitico e mitologico, non sempre, solo a volte.

E quindi. E quindi iniziamo a pensare se vogliamo veramente andare dove stiamo andando, o siamo solo presi da un’inerzia che fa sì che sia meno faticoso andare avanti che fermarsi. Se vogliamo veramente andare dove stiamo andando, o solo non vogliamo stare dove stiamo. Se il viaggio lo fa la meta o i viaggio stesso. Se. Se. Se.

Che palle però.

Io penso che – adesso che sono scesa dal treno, e sono ferma nello stesso posto da più di due giorni:

Io penso che il viaggio lo faccia il viaggiatore.

Io prendo l’aereo forse una volta all’anno, ma ogni volta che lo prendo mi sento una FREQUENT FLYER.

Io accumulo miglia, accumulo punti.

Io so come si fa la valigia, so che cosa mi devo portare quando vado nei posti.

E quando vado nei posti, io tengo gli occhi aperti.

Io sono in viaggio appena metto un piede fuori casa.

E come davanti a una macchia di Rorschach, è tutto negli occhi di chi guarda.

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