Come stanno insieme: fluoro, ore da 50 minuti, una bambina che vuole fare la camionista e la precarietà.

Ho fatto le scuole elementari in una cittadina di provincia del nord, circa 100.000 anime sotto una collina con castello – anche se questo in particolare non sembra affatto quello che ti puoi immaginare quando pensi a un castello.


Ho poco più di trent’anni quindi sono scampata ai vari esperimenti di maestre multiple e cambi di aule,  ma non alla massiva distribuzione di pastigliette di fluoro, Profilassi é una parola che ho imparato presto.


Le medie,  invece,  sono finita a farle in un paesino di campagna – stavolta 5000 anime comprese le frazioni del comune ma in compenso resti di castello vero.

Il liceo in mezzo alle colline, a combattere con non sense come le ore da 50 minuti e scene da Italia di una volta, come la preside che esce fuori piangendo quando i suoi allievi tentano uno sciopero, e sempre piangendo li chiama per nome (“Butaaaazzoni… Anche tu… Come hai potuto farmi questo, proprio tu?” – e Butazzoni rientrava a lezione).*

E mi ricordo di questa attività, l’orientamento, che niente ha a che vedere con mappe e bussole, che invece riguarda l’arte del saper dove si sta andando con un’accezione più vocazionale. Anche la vocazione meriterebbe parole, ma se saranno saranno a parte e non qui.

Quindi, l’orientamento. Come funzionava? Ti chiedevano tu che cosa volevi fare da grande, lo incrociavano con il giudizio del consiglio di classe su di te e sulle tue possibilità, e ti spiegavano qual era il percorso di studi adatto a te.

Io ho sempre un po’ sofferto del non avere le idee chiare. Sì, da piccola pensavo a periodi di voler fare il veterinario, il pompiere, ho avuto anche il periodo camionista dopo aver visto Over the top. Poi per fortuna è passato, anche se niente ha sostituito quella follia.

E quando a scuola mi chiedevano “Che cosa vuoi fare da grande?”, io rispondevo “Quali sono le possibilità?”

E mi ricordo.

Mi ricordo perfettamente che ai miei compagnucci di classe, sì, ai miei compagnucci con le idee chiare, non come me, che già di mio ero confusa e difficilmente orientabile, che meritavo il mio breve corso per finire gli studi possibilmente prima di capire che cosa volevo fare o essere, ai miei compagnucci, quelli con le idee chiare – il medico, il meccanico di moto, l’estetista – a quelli dicevano con voce suadente:

“Attenti. Secondo voi è meglio saper fare una cosa sola benissimo, o più cose bene?

Se sapete fare una cosa sola, e quella singola vostra cosa poi non va a buon fine, come fate?

No, fanciulli, è meglio saper fare più cose, in modo da poterne fare o una o l’altra a seconda del bisogno.

Perché ci prepariamo a grandi cose, ci prepariamo all’era della flessibilità.”

Ecco.

E che fine ha fatto questo mito della flessibilità, del lavoro dinamico, del conoscere gente nuova e fare esperienze anche diverse tra loro?

Sarà che è sera e sono sola, sarà che oggi a Milano è arrivato l’inverno con tutti gli accessori, ma questo scambio tra flessibilità e precarietà mi puzza tanto di un gioco di mano, di un furto con destrezza. Ai danni di una bambina che non c’è più e che sognava solo di guidare il suo camion al tramonto e vincere gare di braccio di ferro.

* per il ricordo dello sciopero alle superiori ringrazio Miriam Paschini, sempiterna amica

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