Caro Goethe.

Non credo al destino. Non credo al metallo.

Ai campi elettromagnetici.

Credo ai vigliacchifiglidiputtana che cercano di dare un nome poetico a qualcosa che invece è banale. Guarnizioni elaborate su un piatto vuoto.

Non c’è niente che “è più forte di me” e quando dico “è più forte di me” lo dico perché non ho voglia di essere più forte di qualcosa. Perché scelgo di essere più debole.

Esistono gli incontri, esistono le fascinazioni, ma esiste ancora di più una nostra attitudine. Assumiamo quest’attitudine quando ne sentiamo l’esigenza. Lottiamo per costruire un nostro comfort quotidiano, rassicurante, accogliente, facciamo la fatica di rendere tutto conosciuto, strade già camminate, posti esplorati, volti noti. Definiamo un territorio, lo mappiamo. Per provare il piacere di riconoscerlo. Gesti, modi, costruiamo un linguaggio che sia condiviso. Per poi sentire la mancanza di quell’iniziale adrenalina che ci dava lo sconosciuto. Ed è a quel punto che avviene il sovrannaturale. L’affinità elettiva. Campo elettromagnetico che ci costringe a cambiare prospettiva, a cambiare centro, stato.

Caro Goethe mio,

i metalli sono quello che sono. Il ferro è ferro. E tale rimane.

Non ha bisogno di giustificazioni poetiche per dire: mi sono rotto i coglioni.

Affinità elettive-sitohttp://www.teatrolibero.it/

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