LUGLIO! di notte insonne, eserciti di marcescenza e – di nuovo – carote parlanti.

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Cerco di dormire. Provo a dormire. Mi sforzo di dormire.

Che magari cerca che ti cerca, prova che ti prova, nello sforzo di dormire ti stanchi abbastanza che poi riesci a dormire.

Niente. Basta. Fanculo. Mi alzo senza accendere la luce vado in cucina calpesto un gatto – altra cosa che non capisco, io non ci vedo al buio, tu sì, se mi vedi barcollare tipo Walking Dead, spostati – bevo un bicchiere d’acqua. Ho un pezzetto un frammento una scheggia di pensiero incastrata nella testa, come una fibra di braciola di maiale tra il molare e il premolare, che con la lingua la senti che è lì, ma non riesci a prenderla, viscida ti sfugge, sguscia tra le punte delle tue dita improvvisamente cicciottelle e inabili alla presa.

E la carota?

In ufficio, nel sacchetto dell’umido.

Perché queste parole continuano a girarmi in testa? Sarà che da quando mi è apparsa la carota mi sento dentro a un film, ok, mi vesto, prendo la bici, pedalo verso l’ufficio.

La strada libera dal traffico, bagnata dalla pioggia. Un temporaneo sollievo l’aria fresca, tempo due minuti fa l’effetto di un lenzuolo bagnato, lega i movimenti, appiccica i vestiti. Un saluto alle troie in minipants al distributore ERG, una mi mostra il culo sculettando. I vantaggi della periferia.

Mi è sempre sembrata sconcia, la città di notte, e non per le troie dell’ERG, per un suo modo di essere sfacciata e provocante ma senza intenzione, come se la scoprissi chiusa in bagno a togliersi delle soddisfazioni al riparo dagli sguardi.

Arrivo all’ufficio. Lego la bici. Apro la serranda cercando di non fare troppo rumore. Apro la porta.

Noto subito un bagliore provenire dalla cucina. La cucina: una stanzetta con un lavandino, un tavolo zoppo, un frigo anni ’70 che consuma come uno shuttle, un ripiano con due piastra elettriche un bollitore un microonde un sacco di piatti e di bicchieri, tutta roba recuperata da altre case, in generale l’effetto è un po’ casa al mare, inabitata, diciamo accogliente come una roulotte degli zingari (e senza niente togliere agli zingari che sono sicura che ci siano anche brave persone tra le loro fila, poche magari, ecco, e anche molto ben mimetizzate nel mucchio), una moltitudine TUTTA SPAIATA, niente si accoppia con niente, solo pezzi unici, ultimi sopravvissuti di altrettante centinaia di servizi da tavola.

Un bagliore dalla cucina. La porta è scostata – la cucina di tutti e di nessuno, tutti che la usano e nessuno che la pulisce, il frigo vibrando e scrollandosi come un toro ferito lotta selvaggiamente contro il passare del tempo e l’avvizzire degli avanzi, ma alla fine è costretto ad arrendersi.

Un bagliore dalla cucina. Mi accosto alla porta senza far rumore.

Quello che vedo:

Le piastre elettriche sono accese alla massima potenza, incandescenti, emettono un bagliore da fuoco sulla spiaggia. A questo bagliore la Carota dal ripiano sta dicendo delle cose, a voce alta; a terra è radunato il popolo degli avanzi: zucchine, pomodorini, interi plotoni di pomodorini, confezioni di mozzarella gonfie di gas, banane nere, yogurt scaduti, vasetti di vetro chiusi male di pomodori secchi funghi trifolati olive ormai pastoni densi irriconoscibili – la muffa come ‘a livella di Totò rende tutti uguali.

Noi siamo il braccio della Grande Volontà!

Sìììì!

La nostra forza è nel numero!

Sìììì!

Chiunque è sacrificabile!

Sììì!

Tra poco sarà il momento, e quando sarà il momento uniti e compatti partiremo all’attacco. Ve lo dico chiaro e tondo: non sarà una passeggiata…

Noooo!

… Molti di noi non torneranno indietro…

Noooo!

… Ma il sacrificio sarà ripagato se almeno uno di noi sopravvivrà, e compirà la missione!

Sììì!

Non dovete aver paura. Questo guscio mortale e fetente che indossiamo è solo una forma. Tu!

A quel punto la Carota Profetica Venuta dallo Spazio indica un pomodorino avvizzito. (NB: come indicano le carote? – da approf.)

Tu! Vieni qui.

Pomodorino Avvizzito rotola come può e raggiunge a balzelli la carota sul ripiano.

Sei pronto a non-essere?

Sì!

Rinunci alla tua forma di pomodorino avvizzito?

Beh, so che mi dispiacerà perderla, ma sì! Sono pronto!

La Carota Profetica a quel punto indica la piastra incandescente, il popolo di zombi verduromorfi si è fatto silenzioso e trattiene il fiato, tutte le muffite grinzose testoline rivolte al pomodorino; a Pomodorino Avvizzito scende una goccia di sudore dalla testolina rossa e pelata; a un altro pomodorino sfugge un singhiozzo, un suo compagno con rametto secco in testa gli fa coraggio. (NB: come si fanno coraggio tra di loro i pomodorini? – verificare)

La Carota Leader riprende con voce profonda:

In nome della Grande Volontà: salta! Salta! Salta!

E tutti: sal-ta! sal-ta! sal-ta! sal-ta!

Come sapendo che certe cose come la ceretta all’inguine più le rimandi peggio è, singhiozzando, Pomodorino Avvizzito chiude gli occhi e salta.

Subito la pelle vermiglio si spacca, il liquido che ne esce sfrigola sulla piastra tra i semini e quello che rimane della piccola polpa, tutto annerisce, fumando. Pomodorino Avvizzito non c’è più.

Il popolo applaude in delirio, chi piange, chi ride, chi abbraccia il vicino, chi intona una canzone, mi sembra in quella Babele di ortaggi di riconoscere Jingle Bells ma sicuramente mi sbaglio.

La Carota Generale delle Marcescenze tossisce, si volta scostandosi dal suo pubblico per asciugarsi una lacrima di nascosto, sarà quel fumo nero e acre. O forse no.

Poi si rivolge di nuovo teatralmente alla sua platea. Schiscettopoli tutta zittisce di colpo. La Carota Commossa parla.

Il Soldato Pomodorino è stato coraggioso. Essere coraggiosi non significa non avere paura. Significa anche nella paura fare ciò che è giusto.

E lì mi sembra che la Suprema Carota guardi me. Me nascosta nell’ombra. Me dietro la porta. Sento che i suoi occhi neri a spillo si piantano come aghi nel nero dei miei.

So che sei lì.

Sento nella testa le sue parole. So che sei lì.

Indietreggio inciampo sbatto un ginocchio in uno dei tanti spigoli generosamente offerti dal destino corro sbatto la porta sbarro slego pedalo schizzo via.

La città è come l’ho lasciata. Casa è come l’ho lasciata. Non accendo la luce.

Solo dopo aver calpestato il gatto inizio a calmarmi: sono a casa.

Qui le altre puntate.

umido

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