LUGLIO! che finisce così. ma davvero?

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Inizia che all’inizio non c’è niente.

Poi nel niente c’è qualcosa. Qualcosa di quasi niente.

Poi quel quasi niente prende una sua forma, poca cosa, ma inizia ad essere sempre meno niente e sempre più qualcosa.

Poi quel qualcosa ti prende ti avvolge ti riempie ma senza saziarti.

E mentre lo gusti vorace intravedi i sette finali diversi che potrebbe avere quell’esperienza di gusto. Ben sette. Non uno, non nessuno, in genere più di tre, stavolta sette.

E ti rotoli quel qualcosa di finale in testa come fai girare in bocca una caramella di quelle dure, resisti a mordere, la senti consumarsi, e succhi.

Mentre succhi, il tuo cervello inizia a disegnare le linee che uniscono quel qualcosa al suo finale, e alla fine per esclusione scegli la linea e il finale che ti piace di più.

A volte ti innamori, a volte no, ma sempre trascrivi qualcosa che c’era già, perché quando la vedi non la inventi ma soltanto la scopri.

Chissà se anche con la vita va così, così come funziona con le storie – ti chiedi mentre pedali placida.

Perché è domenica. Ha piovuto. E’ sera ma non tardi, fa finalmente fresco.

E adesso mentre pedali ti chiedi se la storia tua di individuo tra l’umanità funziona proprio come funzionano per te le storie – perché a volte non ci capisci un cazzo, a volte ti riconosci come se leggessi qualcosa che si scrive da solo.

Poi scrolli via quei pensieri, l’aria è fresca, la musica nelle cuffie è giusta, tu finalmente stai andando a fare pace, non vuoi nient’altro che quello. Pedalare forte. La musica. L’aria fresca. E poi abbracciarsi forte.

Avete litigato. Litigato forte. Quelle che a te passata la paura – sarà che sei friulana anche se nel 76 non c’eri ancora e sei solo cresciuta all’ombra di quel ricordo di altri – sembrano solo scosse di assestamento. Però fanno male. E fanno paura.

Hai anche un po’ pianto.

Allora alzi un po’ il volume, cambi marcia e inizi a spingere per davvero.

E davvero ti sembra di tagliare l’aria come una lama, e davvero tieni il profilo delle gomme su quella linea che unisce un piccolo qualcosa al suo finale, come su una monorotaia ad alta velocità.

E non puoi fare altro che spingere.

E spingi. Coi polmoni che bruciano, e tu come ogni volta accarezzi l’idea di smettere di fumare. Con la saliva che si addensa, e le cosce che si gonfiano tendendo i jeans. Con le dita dei piedi che si intorpidiscono da tanto che premiforte sui pedali.

Sei tutt’uno in quella cartolina, un pezzo unico in movimento, ti trascini dietro tutta la città che appena sfiori.

E su quel rettilineo in cui raggiungi la massima velocità, su quel percorso che ormai sai a memoria, il viso si apre in un sorriso, senti il torace che si allarga, e un nodo ti sale in gola e non sai perché. E tu che non sai andare in bici senza mani, stacchi le mani dal manubrio, raddrizzi la schiena, inspiri a pieni polmoni e avresti voglia di gridare forte, con l’aria che t’incolla addosso la maglietta – sei perfettamente felice.

Che finisce così:

che su quel rettilineo qualcuno non rispetta un semaforo, passa col rosso la ford la fiat la mercedes la bmw bordò nera grigia scura il suv il furgone la camionetta chiunque sia passa col rosso, ti falcia, ti spazza via, ti fa volare in alto e poi ricadere, e solo dopo, solo dopo l’urlo dei freni che inchiodano come nei film, i clacson, e solo dopo il rumore dell’impatto e della caduta – poca cosa, le tue carni contro le lamiere.

E solo dopo un gran silenzio.

Qui le altre puntate.

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