3. Foglio bianco.

La prima impressione è indispensabile.

 

La prima foto che fai di quello che vedi, le prime cose che ti colpiscono, che noti, la prima sensazione, l’odore, la luce, dettagli e insieme di tutto questo insieme.

 

Questo lo sai.

 

E’ per quello che sei qui seduto in macchina da mezz’ora e non ti decidi a scendere. Non solo perché adesso piove proprio forte. Cerchi di svuotarti la testa. Da tutto. Per essere come un foglio bianco. Così ti diceva sempre tuo padre: quando arrivi, devi essere un foglio bianco. E tuo padre era un gran poliziotto.

 

Cerchi di svuotarti la testa dalla mia memoria emotiva – quando la scena del crimine è un posto a te familiare la tua relazione con il luogo rischia di sporcare quel foglio bianco. Anche questo ti diceva sempre tuo padre. Ed era un gran poliziotto.

 

Cerchi di dimenticarti il primo giorno di lavoro qui. Il primo natale e il primo capodanno passato in servizio. I momenti belli e quelli brutti. Il senso di casa che ha ormai per te questo posto – perché poi i posti sono la gente, e stai ventisei ore al giorno con gli stessi brutti musi e finirà che sono loro più famiglia di chiunque altro, e il posto dove sta la famiglia è casa.

 

Ma tu sei un foglio bianco, e quando entrerai lì dentro vedrai tutto per la prima volta.

 

Io sono un foglio bianco. Io sono un foglio bianco. Io sono un foglio bianco.

 

Il tuo mantra viene interrotto da un picchiare contro il finestrino che quasi ti fa sobbalzare. Apri il finestrino. Sotto l’acqua c’è Stu – con la faccia di chi ti trova con la sua ragazza, pensi.

Dici:

 

– Ciao Stu.

 

– Scusi signore. Tutto bene?

 

– Sì.

 

– Entra?

 

– Sì. Stavo mantrizzando.

 

– Mi scusi, ma dovrebbe farlo in fretta. Dentro è l’inferno.

 

E poi scompare. Scendi. Bastano quei cinque metri e sei zuppo. Che estate. Entri. E’ l’inferno – come te l’immagini, ma senza il caldo.

Tutto come è sempre stato, tranne che niente è al suo posto.

Non ricordare, vedi.

Vedi: il nastro che isola il bancone dell’accoglienza dal resto dell’atrio. Nessuno seduto dietro. La sedia rovesciata. Sulla scrivania, una penna, dei fogli. Un cartellino numerato accanto al telefono, rovesciato, la cornetta è staccata, è sporco di sangue. Poliziotti con e senza divisa che si accalcano attorno alla fotocopiatrice. Scena vista mille volte.

Non ricordare, vedi.

Vedi: bagnato sul pavimento, a terra un ombrello da pochi soldi, nero, di fianco un cartellino. Ti accosti al bancone, vedi: a terra, una penna bic trasparente inchiostro blu senza tappo, di fianco un cartellino numerato, sporca di sangue. Sulla scrivania, vedi: la bic, il telefono, una tazza rovesciata, caffè sul ripiano, sulla tazza Robocop e la scritta “Buona giornata papà”. Chi era di turno ieri notte?

Non pensare, vedi.

Vedi: il medico legale che si allontana dalla fotocopiatrice, con la testa bassa. Intravedi una forma coperta da un lenzuolo sopra la macchina. Dal lenzuolo spunta un piede piccolo, calza color carne, a terra, vedi: una ciabatta. Il medico si allontana, ti fa un cenno di saluto, entrano quelli con la barella.

Fai un passo indietro, vedi: alla destra del bancone, un piano d’appoggio, un foglio, di fianco un cartellino numerato.

Vedi: alla sinistra del bancone, la porta che dà sulle scale spalancata, il vaso col ficus benjamin rovesciato a terra.

Senti:

– E’ conciato male ma si riprenderà, signore.

E’ Stu. Dici:

– Chi?

– Il poliziotto che era di servizio.

– Cosa è successo?

Frusciare di block notes. Poi Stu riprende.

– La signora della fotocopiatrice è arrivata poco prima di mezzanotte. Ha chiesto un modulo per fare una denuncia (con un cenno indica il ripiano) ma non ha scritto niente. Poi è andata fuori di testa e ha aggredito il collega con una penna bic, poi col telefono. Gli ha anche morsicato un orecchio. L’avrebbe ammazzato se lui non avesse sparato. Chissà. I ragazzi (un cenno alle scale) sono scesi appena in tempo per vedere il fumo uscire dalla pistola.

– Tutto qua?

– Tutto qua, signore.

– Conclusioni?

– Forse era strafatta di qualcosa. So che una volta uno dei nostri in servizio è stato quasi ammazzato da un drogato, con una penna.

– Una penna.

– Sì, signore. Una penna. In accademia ci hanno insegnato che è importante riuscire a creare dei link con casi simili avvenuti in precedenza. Non si sa mai.

– Non si sa mai?

– No, signore.

Ti avvicini al ripiano di fianco al bancone. Il modulo per le denunce è lì. Non c’è scritto niente, eppure si vede che non è fresco di stampa. Ti avvicini ancora.

Vedi: sulla carta, delle chiazze rotonde, all’interno delle quali l’inchiostro è sbavato.

Dici:

– Stu. Hai tre penne per favore?

– Tre penne, signore?

– Tre perché ne ho solo una.

Stu si autoperquisisce e risolve con due penne e una matita.

Squilla un telefono. Squilla a lungo prima che qualcuno risponda.

Senti:

– Centrale di polizia.

Usi le quattro penne come fossero bacchette cinesi, mentre Stu ti fissa – espressivo come un cubetto di tofu, pensi.

Dici:

– Stu.

– Si, signore?

– Adesso vai pure a cercare quel rapporto. Quello dell’aggressione con la penna.

Stu sparisce. Sollevi delicatamente il foglio senza toccarlo. E lo guardi in controluce.

Senti:

– Sì, capisco. Si calmi. Si calmi, per favore. Mi vuole dire brevemente di che si tratta?

Vedi: che il foglio è stato compilato. In ogni sua parte. La denuncia è per la sparizione di un cane, anche se è segnata la casella “rapimento”. Il riquadro “note” è fittamente riempito dalla stessa calligrafia.

Senti:

– Si calmi. Altrimenti non capisco niente. Vuole sporgere denuncia. Ha la possibilità di venire qui in centrale di persona?

Leggi: La mia Sharon non può essere scappata perché non l’avrebbe mai fatto, può essere solo stata rapita. Usciva da sola ed è sempre tornata a casa da me. Negli ultimi giorni era nervosa, mi ha anche morsicato, mi ha fatto male, ma poi subito si è messa a guaire per chiedermi scusa. Stasera le ho aperto come sempre per farla scendere a fare il suo giretto, poi non la sentivo chiamare, pioveva, e sono scesa a cercarla, ma non l’ho vista. L’ho chiamata ma non veniva, e non è più tornata. Per favore, aiutatemi a ritrovarla, è solo una bastardina ma lei è tutta la mia famiglia.

Senti:

– Quando vuole, siamo sempre qui. (riaggancia)

Pensi: casa. Famiglia.

Senti:

– Certo che la gente sta male. Puoi andare fuori di testa per una cosa del genere? E poi mica sono stato io, cosa te la prendi con me? Vuoi far denuncia, alza il culo e vieni a farla. Puoi fare tutte le denunce che vuoi. Pure cento, ne puoi fare. Tanto mi sa che noi non ci possiamo fare niente, se ti hanno rubato il cane.

Appoggi il foglio, ti avvicino al bancone.

Dici:

– Chi ha risposto al telefono?

Senti:

– Io, signore.

– Chi era?

– Un uomo che vuole fare denuncia perché gli hanno rubato il cane, signore.

– E quand’è successo?

– Non l’ha detto, signore.

– Ti ha detto che cane era?

– No, signore.

– Se gliel’hanno rubato a casa?

– No, signore.

Dici:

– Stu!

Stu ti compare davanti.

– Sì, signore.

– Dov’eri?

– A cercare quel rapporto, signore.

– Trovato?

– Non ancora, signore.

– Bene. Vado a farmi un caffè.

– L’accompagno.

– No, tu stai qua, e aspetti il tipo che deve fare la denuncia. E quando arriva, mi chiami.

Esci.

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