8. Rabbia.

Cammini nella città spazzata dall’ennesimo temporale e pensi che sia l’estate più assurda che tu abbia mai vissuto – questo, con il sottopensiero che lo si dica di ogni estate.

Però fa freddo.

Ti rimbombano in testa le parole del capitano, un po’ sorridi, un po’ ti incazzi – come si fa ad essere così fuori strada, pensi. E’ ovvio che i domestici filippini non c’entrano niente. E tu non sai perché ma lo sai.

Quindi i tuoi piedi percorrono l’area che ti è stata destinata nei tempi e nei modi previsti, i tuoi pensieri vanno un po’ dove vogliono, in ogni caso, altrove.

E’ qualche notte che non dormi bene, fai sogni strani che non ricordi. Perché ti turba tanto questo caso? C’è qualcosa sotto, ti dici.

E’ in quel momento che senti una mano che ti si posa su una spalla, ti giri caricando un destro quando ti ritrovi davanti la faccia di Stu – Stu con la faccia di chi ha pestato una merda, pensi.

Dici:

– Stu.

Senti:

– Salve capo. La disturbo?

– Cosa c’è?

– La cercavo.

– Mi hai trovato.

– Ho trovato anche questo.

Stu porge una cartelletta ingiallita – con la faccia del cane da riporto che ha fatto il suo lavoro, pensi.

Dici:

– Lo vuoi un premietto?

– Come, signore?

– Ti gratto dietro le orecchie?

– Non capisco, signore.

– Neanche io. Cos’è?

– Il rapporto.

– Quale rapporto?

– Quello che mi aveva detto di cercare, signore.

– Te l’ho detto mille volte. Quando ti faccio una domanda, devi darmi una riposta esaustiva, perlamordiddio, che non preveda che io ti faccia altre dieci domande per capire di che cosa stiamo parlando.

– Sì, signore. Mi scusi, signore.

– Quindi?

– Le ho trovato quel rapporto, quel rapporto su quel fatto avvenuto anni fa alla centrale, di quel drogato strafatto che aveva aggredito il collega di servizio, signore.

– Grazie, Stu.

Prendi la cartelletta. Ti siedi su una panchina. Stu rimane in piedi, forse devo davvero dargli una grattatina dietro le orecchie, pensi.

E invece dici:

– Bravo, Stu, ottimo lavoro.

– Grazie, signore.

Eccofatto, pensi.

Dici:

– Adesso vammi a prendere un caffè.

Stu si allontana baldanzoso. Apri la cartellina, la sfogli.

Niente di che, ordinaria amministrazione. Qualche anno fa c’è stato movimento nel quartiere. E’ tornata di moda la cocaina, e si sa che è una droga che costa. E si sa che quello è un quartiere di ricchi. Poi chissà se è così vero che le mode vanno e vengono, o piuttosto scorrono invisibili sotterranee, come i canali scuri sotto le fondamenta di questa città, pensi. Comunque sia, c’è stato movimento. L’arresto citato nel rapporto è dell’inverno di sei anni prima. Un tossico, fermato per essere interrogato. Come l’aveva chiamato Stu? Un “drogato strafatto”. Più che altro forse un pancabbestia, visto che mentre lui finiva in centrale, cinque amici pelosi finivano in canile. Come fanno i cani a sopportare di convivere con umani che neanche gli umani sopportano? ti chiedi. Non ce la meritiamo, tutta quella fedeltà, pensi. In ogni caso, lo strafattone era proprio uscito di testa, apparentemente senza motivo aveva attaccato il piantone con una penna, proprio come la vecchina. Immobilizzato, arrestato, finita lì. E quindi?

E quindi allegato al rapporto c’è un foglio di carta velina stampato, una comunicazione urgente dal canile. La leggi. Salti in piedi.

Ti ritrovi Stu davanti, con una tazza di plastica.

Senti:

– Faccia attenzione che scotta.

Stu con la faccia di tua madre.

Dici:

– Stu, molla tutto e vola in centrale.

– Sì, signore. A fare cosa?

– Il rapporto. Non l’avevi letto?

– No, signore, gliel’ho portato subito.

– L’hanno fatta l’autopsia alla vecchietta?

– Credo fosse prevista oggi.

– Corri in centrale, dì al medico legale che sospettiamo che la vecchietta avesse la rabbia.

– La rabbia? La rabbia dei cani?

– Sì.

– Ma è morta, signore.

– Lo so. Ma il nostro collega morsicato a sangue no. Credo anche che abbia famiglia.

– Cazzo, signore.

– Come dici?

– Niente, signore, volo.

– Stu?

– Sì?

– Ottimo lavoro. Davvero.

– Grazie, signore.

Vedi Stu che afferra la cartelletta e corre via scodinzolando.

Te ne rimani seduto lì sulla panchina. Il parco è deserto. La città è mezza vuota. Ti cali il cappello sugli occhi, cerchi di mettere in fila i fatti.

La vecchina denuncia la scomparsa della sua cagnetta, tre giorni fa.

Il rapimento, dice lei.

Nella denuncia scrive che la docile cagnetta l’aveva morsicata, qualche giorno prima.

Poi cerca di uccidere il piantone.

E un conto è un relitto umano che vive per strada con cinque cani, un conto è una distinta vecchina.

Rabbia? Magari non c’entra niente.

Eppure secondo me c’entra.

Ma come?

Da lì in poi è tutto uno sparire di cani.

I domestici.

Perché avrebbero dovuto? A scopo di vendetta? Ricatto?

Continua a sembrarmi improbabile.

Filippini che aspettano che le famiglie partano per le vacanze per rapire cani. Un’epidemia di rabbia.

Improbabilità. Ecco cos’abbiamo in mano. Niente.

Le improbabilità non esistono.

Esistono probabilità non molto probabili.

Però rimangono probabilità.

Anche se poco, pochissimo probabili.

Eppure qualcosa lì da qualche parte c’è, io lo so.

E come fai a saperlo?

Lo so e basta.

Anni dopo il tuo cellulare squilla.

Dici:

– Stu.

Stu trafelato come se stesse correndo la maratona di New York.

– Credo che dovrebbe venire qui al canile, signore. E’ successa una cosa. Che magari non c’entra niente, però secondo me c’entra. Sono andato alla centrale, ho detto quello che mi aveva detto lei. Poi non so perché ho fatto un giro al canile. Non so perché, signore. L’ho fatto e basta. Solo un giretto e due domande. Credo che dovrebbe venire qui.

– Stu. Cos’è successo.

– Un cane, signore. E’ riapparso un cane.

– Non ti muovere. Arrivo.

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