9. Chico.

Il canile è esattamente come l’avresti immaginato – un cubo di cemento recintato in fondo a una polverosa stradina, ai confini della città.

Sappiamo nascondere le cose che non vogliamo vedere, pensi.

Entri. Stu ti indica una porta di metallo. Stu deferente come un chierichetto.

Lo guardi un attimo. E’ un bravo ragazzo. Pedante e noioso. Ma è un bravo ragazzo. Si farà, diventerà un buon poliziotto. Proprio come te. Proprio come papà.

Dici:

– Entra anche tu.

Un lampo nei suoi occhi, se potesse guairebbe, subito sedato.

– Sì, signore.

Stu più alto di dieci centimetri.

Vedi: una stanzetta tutta cemento. Un tavolo con qualche sedia, rimasugli di un modernariato che adesso chiamano vintage ma che a te ricorda l’ex impero sovietico.

Vedi: lui è in un angolo. Legato. Indifferente. Gira appena un poco la testa quando entrate, vi ignora, guarda il vuoto. Gli vibrano leggermente le narici, ma forse ti sbagli.

Non pensare, vedi.

E dici:

– Buongiorno.

Non aspetti risposta. Che comunque non arriva. Ti siedi al tavolo. Stu fa lo stesso. Composto e ingessato come una frattura multipla.

Sul tavolo una cartelletta, con dei fogli. Apri, butti un’occhiata distratta.

Dici:

– Vediamo un po’ cosa abbiamo qui.

Lasci scorrere i secondi nel silenzio.

Con la coda dell’occhio, registri: Chico non guarda verso di voi. I suoi occhi sferici troppo distanti, liquidi, saettano in giro per la stanza evitandovi. La testa a lampadina, troppo grande rispetto al muso. Le orecchie distanti e appuntite. Decisamente bruttino, in fin dei conti. Minuscolo lì seduto contro la parete color salvia anticamera di dentista. Eppure. Perfettamente controllato. Eppure. Un unico nervo. Lo senti. Senti di essere vicinissimo alla verità, tanto da poterla toccare.

Dici:

– Bene. Che cosa sta succedendo?

Chico appena volta lo sguardo verso di te.

– Hai sentito parlare di questa strana storia di cani che spariscono? Immagino di sì. E credo che tu ne sappia anche qualcosa. La tua famiglia ha denunciato la tua scomparsa qualche giorno fa. Eppure tu sei qui. Vuoi che ti riportiamo a casa? Ti manca la tua famiglia?

Sulle parole casa e famiglia senti vibrare qualcosa. Forse è solo un’impressione, ma è tutto quello che hai.

– Chissà quante ne hai passate. Quanti giorni te ne sei rimasti in giro? Tre? Quattro? Tutto solo in questa grande città.

Vicinissimo alla verità.

– Stu. Ci credi che questo piccoletto è rimasto in giro da solo per tutto questo tempo?

– Signore. Con rispetto parlando.

– Dimmi.

– Stiamo interrogando un cane?

Stu al posto giusto al momento giusto, pensi. Chico immobile, ma sai che vi sta ascoltando attentamente.

Chiedi:

– Perché?

– Signore, mi sta prendendo in giro?

– Assolutamente no.

– Signore, ma… Come pensa che possa rispondere alle sue domande?

– Beh, se ha qualcosa da dire lo dirà.

– Ma … è solo un cane.

– E con questo?

Stu a bocca aperta come un pesce pulitore. Chico è una molla tesa. Con la coda dell’occhio vedi che sta scoprendo i denti, vorrebbe dominarsi ma non ci riesce.

Vicinissimo da poterla toccare.

Dici:

– Questo è un caso complesso, Stu, te ne sei reso conto. La mente criminale che l’ha ideato è senza dubbio un essere di intelligenza superiore. Dobbiamo vagliare ogni indizio. Se questo botolino può essere un testimone, noi lo interrogheremo.

– Questo botolino, signore?

Chico si alza. Gli occhi di Stu non ti mollano, sono talmente spalancati che potrebbero schizzargli fuori dalle orbite, per un pelo gli scoppi a ridere in faccia, riesci a mantenere il controllo, guardi Chico e gli rivolgi la faccia più imbecille che ti possa venire in mente. Che dio mi perdoni, pensi. E dici:

– Questo pelosino botolino tenerino. Questa povera bestiolina. Questo patatino morbidino cuoricino, questo …

Tutto in una volta: Chico salta verso di te scoprendo i denti ringhiando schiumando in un secondo trasformato in una macchina di morte nel suo ringhiare distingui esattamente le parole TU MORIRAI Stu istintivamente fa un balzo indietro la sua sedia cade lui finisce spalle al muro tu rimani immobile pregando il tuo strano dio di aver fatto un conto esatto dei centimetri e per fortuna è così Chico resta per un secondo a mezz’aria poi lo strattone della catena alla quale è legato lo riporta indietro facendolo cadere a terra lui subito si rialza schiumando.

Dici:

– In questa stanza c’è qualcuno che parla.

Senti:

– In questa stanza c’è qualcuno che muore.

La voce di Chico è strana, terribilmente profonda per un corpo così piccolo.

– In questa stanza c’è qualcuno con un incredibile senso dell’umorismo. Non è vero, Stu?

Stu appiccicato al muro come un poster degli Europe. Immobile. Annuisce.

– Chico. Chihuahua. Tre anni. Ti hanno avvistato e prelevato mentre te ne andavi in giro solo soletto.

– E quindi?

– E quindi sei l’unico cane rimasto nel raggio di diversi chilometri. Non sei stato rapito?

– Non so di cosa tu stia parlando.

– Non sei stato rapito dai filippini come i tuoi compagni?

Senza nessun preavviso, Chico molla la testa all’indietro e ride. Ride fortissimo. Ride veramente di gusto. Cristosanto, pensi.

– Cosa c’è tanto da ridere?

Chico tra i sussulti delle risate, con le lacrime agli occhi.

– Davvero… Tu pensi che tutti i cani del quartiere siano stati… Rapiti dai filippini?!

E ancora risate.

Stai lì. Vicinissimo da poterla toccare.

– Beh, mi fa piacere che tu lo trovi tanto divertente. Ma tutto lascia pensare che…

– Tutto lascia pensare cosa?

Adesso non ride più. Siede. Col petto gonfio.

– Ah, voi, voi piccoli uomini, patetiche piccole stupide creature.

Diventa piccolo. Diventa patetico. Diventa stupido.

– Abbiamo condotto delle indagini. Raccolto prove, indizi. Li abbiamo messi in fila. Questo è il risultato.

– Patetico. Proprio come voi. Nell’ansia di misurare il mondo a vostra immagine e somiglianza non fate altro che ridurlo a un mucchietto di pensierini mediocri. Come se esistesse solo quello che siete in grado di capire, di spiegarvi, di dominare. Mi dispiace dirti che non è così.

Dagli corda.

– Non ti seguo.

– Non mi stupisce. Ho un pedigree lungo sette pagine. E’ da generazioni che mi accompagno a voi umani. Purtroppo però adesso il viaggio è finito. E’ arrivata l’estate, io accosto lungo la statale e vi lascio scendere. Basta. L’uomo non sarà più il miglior amico del cane.

– E come mai proprio adesso?

– Perché avete superato ogni limite immaginabile. Noi ci siamo evoluti, siamo migliorati, siamo diventati più colti e la nostra intelligenza si è affinata. Voi vi siete involuti. Come specie siete destinati a soccombere. Rimbambiti dai vostri giocattolini, vi sentite al sicuro, protetti – circondati da protesi senza le quali sareste tutti morti da migliaia di anni.

– Di cosa parli?

– Supermercati. Automobili. Denaro. Lavoro. Casa e arredamento. Bricolage.

– Vorresti dirmi che tu saresti in grado di sopravvivere senza che qualcuno che ti apra le scatolette?

– Senza scatolette forse no. Ma meglio morire di fame che al fianco di qualcuno che mi raccoglie la cacca.

Un fruscio. Stu che finalmente si stacca dalla parete e si siede accanto a te. Bianco come un coperchio di water.

E dice:

– E quindi che fine avete fatto tutti?

– Ce ne siamo semplicemente andati.

– Così dall’oggi al domani?

– Sì.

Hai bisogno di pensare. Solo un minuto. Non c’è tempo. Solo un minuto. A tutto quello che è successo. Per quanto irreale, fila. Eccola lì, l’improbabilità che riguadagna il suo posto tra le probabilità. Però manca un pezzo. Come incastrare l’ultimo pezzo? Ci provi.

– Direi che di protesi ne avete anche voi, no?

– Di che cosa parli?

– Scatolette. Crocchette. Ossi da sgranocchiare. Vaccini. Medicine. Dormire sul divano. Stare al caldo d’inverno e al fresco d’estate.

– Tutta roba che ci ha distratto dalla nostra natura.

– E adesso ci tornate? Dico, alla natura.

– Adesso torneremo ad essere quello che eravamo in origine.

– Ovvero?

– Liberi.

– Liberi di morire?

– Liberi di vivere.

– Di rabbia si muore. Che io sappia.

– Di vita si muore. Chi vive veloce, muore prima. Abbiamo rischiato di assopirci come voi. Per fortuna ce ne siamo accorti. Adesso ci stiamo per liberare.

– E come pensate di fare?

– Stupido uomo. Sta già accadendo. Tutto questo è stato pensato e organizzato da tempo. Il primo randagio che ci è capitato a tiro ci ha permesso di liberare il primo eletto.

– La cagnetta della vecchina.

Stu:

– Perché lei?

Tu:

– Perché senza pedigree. Sacrificabile in caso di errore.

Chico:

– Bravissimo. Stanotte ci libererà tutti. E voi non potrete fare più nulla. E’ tutto organizzato al millimetro. Da mesi, forse da sempre. Hai detto bene, prima: dietro tutto questo c’è un’intelligenza superiore. La mia.

Stu ti guarda. Lui sì che sa essere un foglio bianco. Il vuoto cosmico negli occhi. Neanche al planetario se ne vede uno così, pensi.

– Bene. Grazie mille. Ora puoi andare.

– Signore, scusi ma… Lo lasciamo andare così?

– Non abbiamo motivo di trattenerlo. Signor Chico, arrivederci e grazie. E buona fortuna.

Esci. Vai in bagno. Ti lavi la faccia. Vai fuori. Accendi una sigaretta.

Poco dopo Stu ti raggiunge.

– Signore, scusi ma …

– Smetti di chiedermi scusa. Corri in centrale. Fallo seguire. Ci porterà agli altri, vostra “intelligenza superiore”. Io faccio due passi.

Stu parte a cannone. Alle tue spalle il canile chiude, e il custode se ne va.

Improvvisamente ti ritrovi da solo sul piazzale di ghiaia, al buio di un unico lampione. Lampi lontani promettono pioggia. Guardi l’ora, ma l’orologio si è fermato.

Lentamente inizi a camminare. Man mano che ti allontani dal piazzale si fa sempre più scuro, solo lo scricchiolare della ghiaia ti dice che sei ancora sulla stradina sterrata del canile.

Hai un brivido. Non vuoi ammetterlo, ma hai paura. Scacci il pensiero. Cammini. Perché non sono andato con Stu? Adesso senti mille fruscii ai lati della strada, cerchi di non farci caso, non dovrebbe mancare molto all’asfalto, arrivati all’asfalto è fatta. Ti accendi un’altra sigaretta, prosegui, cerchi di darti un’aria disinvolta ma senti la tensione sotto la pelle. E’ tutto a posto, ti ripeti, è tutto ok. E allora qual è il problema? Le parole di Chico ti ritornano in testa. Quand’è che l’uomo ha smesso di essere il miglior amico del cane? Sai che ha detto la verità. Sai che l’uomo ha tradito il cane. E sai dentro di te che è un tradimento imperdonabile. Adesso hai freddo. E’ scesa l’umidità. L’aria è ferma. I lampi si tengono alla larga, ti girano intorno, non si decidono. E’ buio che a malapena ti intravedi i piedi. Tutto quel buio ti schiaccia, ti preme addosso. Allenti la cravatta. Continui a sentire ghiaia sotto i piedi. Ma quanto manca all’asfalto? Ormai dovremmo esserci. Ti sembra di camminare da ore. Ancora ghiaia sotto ai piedi. Tu da piccolo avevi un cane, un cane bianco. Si chiamava Nelson. E’ il mio miglior amico, stiamo sempre insieme. Io e lui. Anche tua madre lo diceva sempre, stanno sempre insieme quei due. E poi cos’è successo? Che te ne sei andato via a studiare. Lontano, in un’altra città. E tornavi a casa sempre meno. Poi una volta sei tornato e Nelson non c’era più. Un cancello aperto, o chiuso male, lui era uscito sulla strada, era arrivata una macchina, papà l’aveva sepolto in giardino, sotto le ortensie. Ma tu non c’eri. Tu te n’eri andato. Il tuo miglior amico. Stavate sempre insieme. E perché non l’ho portato con me? Non te lo ricordi neanche più.

 

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