Il regalo.

Le nuvole erano calate. Dopo aver passato le ultime settimane a guardare la città dall’alto, si erano alla fine decise per un qualche motivo a scendere e a dare un’occhiata più da vicino. Adesso gli ultimi piani dei palazzi erano immersi in quel latte giallastro, come dei moderni Olimpo.

La sensazione era di averle appena sopra la testa, che sarebbe bastato alzare un braccio per toccarle.

Questo, senza che se ne accorgesse, lo rendeva nervoso. Aveva chiesto un permesso, era uscito dal lavoro due ore prima. Era il compleanno di Laura, erano d’accordo che sarebbe passato a prenderla per le nove e che l’avrebbe portata fuori a cena in un posto carino, solo loro due. Ma aveva bisogno di più tempo per preparare il suo regalo.

Ci aveva pensato su parecchio, a quale potesse essere il regalo giusto. Sentiva che nella loro storia, che durava ormai da quasi tre anni, era venuto il momento di fare uno scarto, era ora che accadesse qualcosa. Una volta capito questo, gli era stato relativamente semplice capire come comportarsi: quella sera stessa, davanti a un risotto alla milanese, le avrebbe chiesto di andare a vivere insieme. Già si immaginava il viso di lei – come si sarebbe illuminato, sorpreso, forse spaventato, come gli occhi le sarebbero diventati lucidi di gratitudine e amore. Non aveva mai convissuto con nessuno, lui. Non aveva neanche mai avuto una storia abbastanza importante e duratura da lasciarne intravvedere la possibilità. Ma con Laura tutto andava bene; lui aveva un lavoro che non gli piaceva ma a tempo indeterminato. E allora perché no?

E poi c’era il regalo. Aveva scartato quasi subito ipotesi che gli erano sembrate utili ma banali – qualcosa da vestire, un libro, dei fiori – e anche quelle che gli erano sembrate troppo impegnative e così poco “moderne” – un gioiello, un orologio, un anello neanche a parlarne.

Davanti al negozio di tatuaggi si fermò a guardare la vetrina. Piercing di ogni forma e dimensione – ma dove se la va a mettere la gente tutta quella roba? Titanio, acciaio chirurgico, silicone. Poi leggendo il prezzario gli era venuto persino un brivido: dall’orecchio al naso per arrivare agli organi genitali. La gente non sa più come buttare i soldi.

Ma quando era entrato lì la prima volta, con l’imbarazzo di un ateo in chiesa, nel tempio dedicato a un rito sconosciuto – giusto così, per dare un’occhiata in giro e chiedere qualche informazione, il ragazzo che l’aveva accolto gli aveva fatto una buona impressione. Pulito, gentile – certo, si intuiva che fossero poche le zone del corpo non coperte d’inchiostro – con la faccia da brava persona, che guarda le partite di calcio con gli amici bevendo birre, e che si gira volentieri a guardare una bella donna per strada. Un tipo a posto. Gli aveva spiegato come funzionava, e lui aveva presto l’appuntamento.

Entrò, e il ragazzo sbucò fuori dal separé, lo salutò con un cenno, e gli disse che tra poco sarebbe stato da lui, per poi sparire di nuovo.

Aveva sfogliato quei cataloghi pieni di disegni, era rimasto in dubbio tra due dadi da gioco – quasi che l’incontro e la storia che ne era seguita fossero stati un caso, o figli del destino; poi si era innamorato di due ciliegie, i cui rametti si intrecciavano a formare un cuore, ma alla fine gli era sembrato troppo da femmina. Alla fine, semplice per semplice, aveva scelto semplicemente il nome: Laura. In corsivo, all’interno del polso, perché aveva letto da qualche parte che i nomi delle persone che ami li devi tatuare sulle vene. Questa scelta era quella giusta, lo sapeva; inoltre rispetto a tutti gli altri disegni lo faceva anche risparmiare un bel po’.

In quel momento sentì arrivare da dietro il paravento uno strano lamento soffocato, poco dopo vide uscire una ragazza molto alta e un po’ pallida che, da quello che poteva capire, si era appena fatta bucare la lingua. Il solo pensiero gli fece correre un brivido lungo la schiena.

Adesso toccava a lui, gli stava dicendo il ragazzo, facendogli segno di passare dietro il paravento. Doveva aver notato quell’attimo di défaillance, perché adesso gli stava dicendo: Non avrai mica paura, tu che sei grande e grosso… Assolutamente no, stava rispondendo, paura no.

Il ragazzo gli fece togliere il giubbotto, la felpa e la maglietta, intanto indossati i guanti in lattice armeggiava con aghi, colore, e con altre cose che non aveva mai visto prima. Quando rimase in canottiera lo fece accomodare su una sedia come da dentista, ma reclinata, sulla quale stava quasi disteso. Stava comodo? Sì, grazie, molto comodo. Qui, vero? Chiese il ragazzo sfiorandogli con il dito guantato il polso. Sì, lì. Bene. Poi gli disinfettò la zona indicata, gliela rasò con un bilama usa e getta che buttò poi nel cestino, e gliela disinfettò di nuovo. Poi prese la stampa del tatuaggio, e con l’alcool gliela trasferì sulla pelle. Qui, così, va bene, ti piace? Lui annuì. Laura. E allora si va.

Appena la macchinetta cominciò a ronzare, chiuse gli occhi e cercò di rilassarsi. Ti farà un po’ male all’inizio, poi vedrai che non sentirai praticamente più nulla. E infatti sentì male, come se gli stessero incidendo la pelle. Non fa poi così male, si disse. E rimase lì con gli occhi chiusi. Quando gli era venuta l’idea, quello che l’aveva convinto era stato pensare che se lui fosse stato una donna, vedere il proprio nome tatuato sul suo corpo avrebbe significato che quell’amore era vero, e non avrebbe avuto paura di durare per sempre. Che quell’uomo era quello giusto, e che era pronto a sceglierti come sua metà per il resto della vita. E lui si sentiva pronto.

L’estate prima avevano avuto una piccola crisi, lui e Laura. Lei era andata due settimane dai suoi in montagna per passare un po’ di tempo con loro, e lui, rimasto da solo in città, aveva avuto una mezza avventura con una ragazzina, decisamente più giovane di lui, una cosa di nessun conto. Quando lei era tornata, lui gliel’aveva raccontato, e il dolore che aveva visto nello sguardo di lei – terribile, insopportabile – gli aveva fatto capire quanto lei dovesse amarlo, e quanto meritasse di essere amata altrettanto. Il senso di colpa, il più forte che avesse mai provato in tutta la sua vita, aveva fatto il resto, facendogli capire che era veramente venuta l’ora di comportarsi da uomo.

E questo aveva pensato quando aveva deciso di farsi quel tatuaggio.

Ma adesso sentiva bruciare il polso, non era vero, quindi, che passava subito. Si voltò verso il ragazzo, chinato sul suo polso, concentratissimo. La pelle del polso era di un rosso carico, come dopo un’ustione al mare; era apparsa una elle maiuscola con i suoi svolazzi e mille puntini di sangue che il ragazzo puliva con del cotone. L’odore del disinfettante lo sentì solo in quel momento.

Il ragazzo alzò la testa: Ti fa male? Lui rispose: Un pochino. Vedrai che passa subito. Ah, cosa non si fa per amore… aggiunse, riabbassando la testa e rimettendosi al lavoro.

Lui cercò di rimettersi tranquillo, ma sentiva un’agitazione crescente, un peso sullo sterno, e una gran voglia di alzarsi e fare quattro passi. Non riusciva più a tenere le gambe ferme, avrebbe dato qualunque cosa per potersi alzare.

Poi te lo copro con una garza – stava dicendo il ragazzo – e ti do una pomata che devi spalmare tutte le sere, ok? La sera cambi la garza e spalmi la pomata, ok? Mi raccomando, se vedi che fa una crosticina è normale, ma tu non toccarla, aspetta che si stacchi da sola. E’ importante che guarisca bene.

Garza? Pomata? Crosta? Quindi non avrebbe potuto mostrarlo a Laura, quella sera. Non ci aveva pensato, a quest’inconveniente. Questo gli sembrava che togliesse al regalo il suo potere, come quando vai a comprare qualcosa che desideri da tempo e ti dicono che te lo consegnano a casa, una settimana dopo.

Sarebbe stato un mezzo regalo. Non ci sarebbe stato lo sguardo stupito e pieno d’amore, non l’avrebbe guardato come una donna guarda il suo uomo. Non avrebbe potuto raccontare di come era stato doloroso, di che posto incredibile aveva visto, di che persone assurde ci aveva trovato dentro. O magari sì, ma comunque non sarebbe stato lo stesso.

Quanto ci vorrà perché guarisca? Si sentì chiedere.

Mah, dipende, una settimana, dieci giorni al massimo.

Una settimana. Dieci giorni al massimo. Il suo per sempre era stato dilazionato, rimandato di una settimana. Il suo essere di qualcuno, di Laura per l’esattezza, che lui aveva scelto, deciso, accettato, assunto, sarebbe stato effettivo tra una settimana. Una settimana. Forse dieci giorni.

E allora lui che cosa si era assunto? Che cosa aveva deciso?

Era sempre stato uno che quando decideva una cosa era quella. Testardo, cocciuto. Deciso e determinato, preferiva lui. Odiava aspettare. Se c’era da aspettare gli scendeva la catena, gli passava la voglia, anche la fame gli passava al ristorante, se c’era da aspettare troppo.

Oggi era pronto, si era preparato perché accadesse qualcosa. Ma fra una settimana, sarebbe stato altrettanto pronto? Altrettanto convinto? Così sicuro?

Improvvisamente tutta quella fatica gli parve inutile. Io fra una settimana non so neanche se sarò ancora al mondo, mormorò.

E il ragazzo alzò la testa: Come dici?

No, dico che è inutile, lascia perdere.

Il ragazzo interdetto alzò l’ago per aria senza capire, lui a sua volta si alzò, e in un secondo si stava già vestendo.

Il ragazzo dovette insistere perché si facesse almeno medicare, gli diede la pomata. Lui lo pagò quello che avevano accordato, e in pochi minuti era di nuovo fuori, sul marciapiede, e si sentiva un perfetto cretino.

Si allontanò subito dal negozio, si vergognava, tra sé e sé pensava: Spero di non rivederlo mai più, anche se lui non aveva fatto niente di male. Entrò in un bar, prese un caffè al banco. Chiese di andare in bagno, alzò la garza: Lau.

Lau?

Uscì dal bar e si mise a camminare senza sapere dove stava andando. L’unica cosa di cui era certo era che non sarebbe andato a prendere Laura, alle nove.

 

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