La città.

          

  La Città è Lo Spazio. Il modellino di una città – quindi una rappresentazione della città, la città per come la vedo. Con tutte le sue strade e i suoi vicoli, i negozi, le case. La città piena di telecamere, con le porte chiuse, finestre chiuse, alcune con le tende, altre no. I muri dividono apparentemente un dentro da un fuori. Apparentemente perché le case con i muri non hanno il tetto; in alcuni casi, i muri addirittura mancano, sono apparenti, trasparenti, ideali, immaginari, immaginati soltanto.

E’ sempre notte, nella Città. Perché la notte nella città è il tempo del sogno, del silenzio in cui i rumori esplodono. E’ sempre notte perché è un tempo di fragilità e potere. Perché è il tempo dedicato agli svelamenti, alle apparizioni.

            La Città è abitata. Ogni angolo, ogni finestra, ogni pulsante di campanello è la porta per accedere a una storia, è l’indizio di una vita. Il Pazzo Contro Dio, La Signorina Che Ha Qualcosa Da Dire, Il Cowboy, La Modella, Il Musicista, sono solo alcune di queste vite che condividono lo spazio della Città. La cosa particolare è che in questa Città – davanti al cui modellino tridimensionale ci troviamo – le vite e le storie non si intrecciano come nei film: il loro incontrarsi, scontrarsi, a volte, è molto più sottile. Non ci sono incontri che cambiano la vita, non ci sono incontri che cambiano la storia, nella Città. E se lo fanno, lo fanno da lontano, indirettamente – sono solo il riflesso di quegli incontri.

Nella Città si crede moltissimo alle coincidenze, al caso, alla fortuna e alla sfortuna. Vanno molto di moda i concorsi, le lotterie – nessuno penserebbe mai di negarsi la possibilità, anche remota e lontana, di vincere qualcosa. Nella Città si crede molto di più alla fortuna e alla sfortuna che non al merito, molto di più alla coincidenza che non al destino. E’ una Città moderna.

Il Musicista, nella lunga notte della Città, non dorme. La finestra della sua soffitta non ha le tende, lascia entrare la luce gialla delle lampade a scarica; ha il vetro sottile, non riesce a chiudere fuori né il silenzio, né tanto meno i rumori che esplodono. Il Musicista che non dorme è il testimone, è colui che assiste. Racconta quello che vede come può e come sa, dedica musica a ognuna di queste storie, raccogliendone frammento per frammento, e chiedendosi se un giorno queste storie suoneranno insieme in una sinfonia che le abbracci e le contenga tutte senza tradirne nessuna.

Il Musicista cammina per la strada, nella notte, e si guarda in giro, lasciando scorrere i suoi pensieri. Il suo passo, il battito del suo cuore, il suo respiro, sono regolari. Non fa il minimo sforzo. Anche i pensieri prendono questo ritmo, e scorrono via. Il Musicista si intende di ritmo. E sente lo scorrere del tempo addosso, guarda le strade della Città, si chiede se mai cambieranno e si risponde di no, ma nel frattempo ha già dimenticato cos’è che sognava diverso, e perché. Il Musicista ha una pessima memoria. Anche a questo lo aiuta scrivere musica, a mettere ordine nel presente per poterlo ricordare quando sarà passato. A inventarsi delle storie sul futuro, per vedere se si realizzeranno oppure no.

Il Musicista nella notte cammina per la strada. Lo fa per lasciare che la Città gli entri nel cuore, con i suoi lavori in corso, i suoi lampioni, le sue finestre illuminate, i suoi indizi di vita. Poi torna alla sua soffitta e trasforma quello che ha dentro in musica.

Il Pazzo Contro Dio è una delle persone che il Musicista vede più spesso, perché anche lui nella notte cammina. Cammina in modo nervoso, a volte si ferma, poi riprende a camminare più velocemente per poi rallentare di colpo, scappare correndo per poi fermarsi. Si guarda continuamente in giro, alle spalle, o corre fino all’angolo della strada per sbirciare oltre e poi attraversare saltellando. Il Musicista non sa niente di lui, e non gli importa gran che. Anzi, pensa addirittura che sia meglio, così si sente più libero di assorbire e poi scrivere. La prima volta che l’ha visto se l’è trovato davanti di colpo, Il Pazzo Contro Dio l’ha guardato, ma senza vederlo, per poi proseguire per la sua strada. Il Musicista l’ha seguito per un po’, facendosi l’idea che da come si muoveva sembrava sfuggire a qualcuno – pur capendo subito di non essere lui a vestire i panni dell’inseguitore. Allora è rientrato a casa e ha scritto un pezzo davvero molto teso che parlava di un uomo costretto a fuggire nella notte, anzi, dalla notte. Essendo rientrato a casa per scrivere, non può sapere che poco dopo Il Pazzo Contro Dio ha incontrato La Signorina Che Ha Qualcosa Da Dire.

La Signorina Che Ha Qualcosa Da Dire probabilmente dormirebbe, nella notte. Se non fosse che ha qualcosa da dire. Ha sempre ascoltato attentamente quello che le veniva detto, ha seguito scrupolosamente le istruzioni e i consigli ogni volta che ne ha ricevuti, e questo le ha dato un ordine e una coerenza. Inaspettatamente è successo qualcosa: improvvisamente, una sensazione strana, dalla quiete, come un germe che spunta lì dove prima non c’era niente, e per quanto piccolo sia è proprio impossibile ignorarlo, come una macchiolina di caffè sulla tovaglia bianca che cambia improvvisamente la percezione del totale, dell’insieme, di tutto quell’universo in cui – proprio dall’oggi al domani – appare. Qualcosa da dire. Dopo aver tanto attentamente ascoltato, alla Signorina Che Ha Qualcosa Da Dire è venuto in mente qualcosa da dire. E’ probabile che prima il suo nome fosse La Signorina Che Ascolta Attentamente. Perché anche questo c’è da dire: che nella Città ormai nessuno usa i nomi.

Probabilmente da qualche parte di questa nomenclatura, di questa classificazione c’è ancora traccia, qualche anziano ricorderà ancora il proprio nome, forse, o il nome di qualcun altro, ma non si usano più da tantissimo tempo ormai. Le presenze e le apparizioni che abitano la città vengono indicate e classificate in base alla loro funzione, secondo quello che fanno. E sicuramente la cosa che sapeva fare meglio prima la nostra signorina era ascoltare attentamente, da lì il nome con cui la si indicava. Potrebbe essere un problema di metrica per il Musicista, ma il Musicista usa poche parole, e le sceglie con attenzione, quindi sa cavarsela sempre.

Insomma, qualcosa è successo. Dal niente, dal nulla, è apparso qualcosa, di piccolo ma non abbastanza piccolo da essere scambiato per un granello di polvere. Avere qualcosa da dire ha improvvisamente rivoluzionato la vita della Signorina Che Ascolta Attentamente, che ha iniziato ad ascoltare non più così attentamente. Hanno iniziato a chiamarla La Signorina Che Ascolta e basta, e poi solo La Signorina. Solo che era troppo generico e creava confusione. E quando le hanno chiesto come mai non ascoltasse più così attentamente, fu tale lo shock di sentirne per la prima volta la voce rispondere roca e incerta che era perché aveva qualcosa da dire, che si accontentarono della risposta e chiusero il discorso. E lei diventò per tutti La Signorina Che Ha Qualcosa Da Dire. Quindi la Signorina Che Ha Qualcosa Da Dire cammina nella notte, perché pare che non riesca a stare ferma. Se si mette a letto, comunque non riesce a prendere sonno, si gira nelle coperte, le si attorciglia addosso il lenzuolo, e la cosa la fa ulteriormente innervosire. Allora cammina, persa nei suoi pensieri, cercando di mettere a fuoco per bene che cos’è questo qualcosa da dire e come merita di essere detto. Tale è la particolarità della situazione, a lei totalmente nuova, da portarla a serie riflessioni in merito come affrontarla.

In una di queste camminate notturne incontra il Pazzo Contro Dio, e ha la stessa impressione che ne ha avuto il Musicista, che stia sfuggendo a qualcuno. Questo fatto è singolare, perché al momento lei e il Musicista non sanno nemmeno dell’esistenza l’uno dell’altra, anche se, se glielo chiedete, lei può affermare con una certa sicurezza di aver sentito nell’aria, una volta, qualcosa che stava esattamente in bilico tra rumore e melodia musicale, una cosa un po’ strana, una volta sola, prima di smettere di ascoltare attentamente.

Vedendo il Pazzo Contro Dio, vedendo come si muove a scatti e si guarda in giro nervoso, la sua agitazione e il ritmo dei suoi pensieri aumentano. Non capisce bene se è lei a inseguire l’uomo, o è lui a inseguire lei. E l’uomo sembra vivere lo stesso dilemma, che sia la donna quello che stava cercando o che sia ciò da cui sta fuggendo. Fortunatamente, chiunque viva nella notte della Città sa credere solo alle coincidenze, e quindi ben presto le due visioni si allontanano, seguendo ognuna la propria storia.

Chi non crede che le coincidenze siano solo coincidenze è il Musicista. Perché è un artista, pensano tutti, e questo basta a tutti per giustificare che la pensi a modo suo. Perché sono un artista, pensa lui, e questo basta a lui per non prendere troppo sul serio quello che pensa. Però, pensa nella sua soffittina, le coincidenze c’entrano con l’accadere simultaneo di più cose; il chiamarle coincidenze e non in un altro modo serve solo a non interrogarsi né sulle cause, né sulle conseguenze. E lui segue a sua volta questo modo di ragionare, solo che fa degli esperimenti. Esperimenti consapevoli. Anche a questo pensa, che lui ha un rapporto consapevole con la creazione. Pensa che tutti creiamo, ognuno di noi scrive la sua partitura musicale con la propria vita di tutti i giorni, scrive la sua storia, solo che lo crea inconsapevolmente. La differenza è che un artista mentre lo fa sa di farlo. Anche le coincidenze in questo modo di ragionare possono continuare ad avere cause oscure, ma hanno poi conseguenze molto, molto concrete e tangibili. Il Musicista pensa molto.

La Bambina Che Manda I Baci pensa – a modo suo.

Nella notte della Città, non dorme. E’ nella sua camera, al buio. Il suo letto è proprio sotto la finestra, finestra anche la sua senza tende, così quando non riesce a dormire le basta tirarsi su a sedere, appoggiare i gomiti sul davanzale, e guardare giù, in strada. Che è come guardare la tv, con la differenza che ci vuole più attenzione perché le cose che succedono sono più piccole e magari ci sono pause più lunghe tra una cosa e l’altra. Però – così crede – se sei abbastanza sveglio è proprio come guardare la tv. Dopo parecchio che niente si muove, vede spuntare un uomo da un angolo della strada. Ha passi lunghi e rapidi, ma anche eleganti, porta un borsone morbido sulla spalla ma non sembra fare nessuna fatica a percorrere tutta la via per il lungo. La Bambina Che Manda I Baci fa appena in tempo a indirizzargliene uno con la manina che, attraversando la strada di nuovo, sparisce dalla sua visuale.

L’Uomo Col Borsone è alla ciclette, e pedala furiosamente. Tempo, tempo, e ancora maledetto tempo. L’Uomo Col Borsone non ha mai abbastanza tempo per fare tutto quello che deve fare. Quando esce di casa mette nel borsone tutto ciò di cui pensa di avere bisogno, e torna a casa solo per svuotare e riempire il borsone, solo quando ormai non ne può proprio più fare a meno. Lavora moltissimo, dorme pochissimo, fa molta attenzione a quello che mangia. Sei quello che mangi. Ma se non sai cosa mangi, come fai a sapere chi sei? E’ un pensiero che gli è venuto una volta, e che gli suona così bene in testa che se lo porta sempre dietro, nel borsone. Una risposta a quella domanda comunque non l’ha ancora trovata, a dire il vero non ha mai pensato di cercarla; la domanda è fatta talmente bene che quando la tira fuori ad un pranzo di lavoro, tutti annuiscono ammirati, e tanto basta. Nessuno gli ha mai chiesto come continuava il ragionamento, e sicuramente lui non ha avuto il tempo di porsi il problema.

E’ solo, nella palestra, come sempre, con quelle luci al neon verdi e la solita musica e gli specchi che riflettono e moltiplicano la sua sola immagine. Anche a lui andrebbe di venirci in orari più decenti, ma non può, perché lavora. E allora si risolve a venirci nella notte. Non gli dispiace poi tanto, in fondo.

Nel buio di una strada defilata dai lampioni spenti, lo sguardo distratto del Musicista viene attirato da un bagliore verdastro che fa sembrare quella fetta di strada su cui si riflette una fotografia in bianco e nero. Senza pensarci, prosegue in quella direzione. Viene da una finestra, no, una vetrina, piuttosto, alta rispetto al livello del marciapiedi. Attraversa la strada silenziosa per poter più comodamente e con più discrezione guardare dentro. Vede un uomo che sta correndo su un tapis roulant, nella luce verde dei neon, guarda proprio nella sua direzione ma senza vederlo. Il Musicista aveva un criceto bianco, da piccolo. Desiderava tanto un cane, davanti alle obiezioni dei suoi aveva raggiunto il compromesso che sì, anche un gatto, al limite, sarebbe potuto andare bene, e poi si era ritrovato davanti un criceto bianco nella sua gabbietta. Yuri, l’aveva chiamato, come Gagarin, raccontandosi la storia che tutto quel correre nella ruota avesse uno scopo – l’allenamento quotidiano di un astronauta per le prossime missioni spaziali. Ma mai, guardando Yuri correre e correre nella notte nella sua ruotina, aveva visto uno sguardo così disperato, e rabbioso come quello che aveva l’uomo nella palestra. Non ne sapeva poi molto, di criceti, ma aveva sempre pensato che Yuri, fosse nato libero, non si sarebbe costruito una ruota, ma se ne sarebbe andato in giro per il mondo. E perché quell’uomo si costringeva a correre, da solo, di notte, e senza andare da nessuna parte? Cos’era tutto quello spreco – di energia, di tempo, di vita?

Il vetro della palestra filtra la musica che dev’essere a volume molto alto all’interno, lasciandone uscire solo le note più basse, in forma di vibrazioni. E se io scrivessi un pezzo – si chiede Il Musicista – che suona uguale, dentro e fuori? Che tu lo senti in un modo da fuori, filtrato, tagliato, ma che poi quando apri la porta scopri che è esattamente come lo sentivi, solo bassi, solo vibrazione.

Il Musicista ritorna a casa con la testa piena di pensieri, stavolta il suo passo è deciso e veloce, e senza neanche pensarci su sceglie da solo la strada più breve per tornare a casa. Arrivato a casa, compone un brano che parla di uomini e criceti, di ruote e tapis roulants, molto filtrato e compresso. Si intitola “Al di qua del vetro”. Ma è solo un titolo provvisorio.

Il Pazzo Contro Dio è stanco di camminare. Pensa per un attimo che andrà a sedersi su una delle panchine del parchetto che non è molto distante da lì. Gli piace, quel parchetto. Soprattutto adesso che l’incrocio al centro del quale è incastrato è chiuso per lavori. Perché questo tiene lontani i rumori. Ma cambia subito idea. La cosa peggiore – o almeno una delle – è quando pensa di essere stanco e va in uno dei posti in cui gli piace sedersi – saranno cinque o sei in tutta la Città i suoi posti – per poi accorgersi che non ce la fa proprio, a stare seduto. Lo sa perché gli è successo. Non gli piace quando si accorge di sbagliarsi, in fatto di quello che gli va o non gli va di fare. Questo lo fa arrabbiare. Con se stesso, certo, con la sua stupidità. Pensa: che cosa posso sentire, se non sento me? Pensa che sia importante, sapere sempre di che cosa hai voglia, perché così puoi realizzare i tuoi desideri, se sai quali sono. Solo che a volte… A volte sono proprio le cose più semplici che gli riescono difficili. Come adesso. Mille volte gli è capitato di pensare di avere veramente voglia, anzi, bisogno di sedersi. E di scegliere tra i suoi cinque o sei posti quello di cui aveva voglia, anzi, bisogno in particolare. Per poi arrivarci. Sedersi. Ma non riuscire a stare seduto per più di un minuto. Gli capita. Si siede. Non fa in tempo a lasciare che tutto il suo peso si rilassi, e sente il proprio corpo tendersi, diventare un fascio di nervi. Non riesce a stare fermo, no, per più di un minuto, o due. E allora si deve alzare, e camminare ancora. Lo sa perché gli è successo. Questo lo fa arrabbiare. Non lo capisce. I nervi, si ripete. Che nervi. Come quando gli si inceppa la cerniera della vecchia giacca a vento scolorita, e a lui verrebbe voglia di strapparsela via e buttarla in un cassonetto. Solo che poi avrebbe freddo, senza. E questo lo sa perché gli è già successo, ed è dovuto tornare indietro a riprendersela.

Decide di continuare a camminare un altro po’, anche se gli sembra di aver voglia di sedersi. Passa sotto alla finestra della Bambina Che Manda I Baci, ma la Bambina non c’è più, è già addormentata.

L’Uomo Col Borsone esce dalla doccia in una nuvola di vapore. Si veste, raccoglie le sue cose, ed è di nuovo in strada. All’angolo vede un uomo, con addosso una giacca a vento scolorita di cui sta strattonando la cerniera. Poi lo vede sfilarsela dalla testa con fatica, e buttarla a terra imprecando, per poi andarsene con passo deciso. Anche l’Uomo Col Borsone procede per la sua strada. C’è una lavanderia a gettoni, dove cambia delle monete e mette a lavare tutto quello che ha con sé, borsone compreso. Mentre la grossa lavatrice comincia a girare, esce sul marciapiede e si stiracchia la schiena indolenzita, aspettando che apra il bar lì di fronte per fare colazione.

La Signorina Che Ha Qualcosa Da Dire ha quasi chiaro davanti agli occhi di che cosa si tratta. Un attimo, mentre cammina, sente una parola, ce l’ha lì, sulla punta della lingua, sente che si è formata in tutte le sue letterine, una dietro l’altra, nell’ordine giusto. Allora si ferma in mezzo alla strada che sta attraversando, alza lo sguardo. E’ pronta a dirla, a sentirsela dire. Poi il suo sguardo viene distratto dal viso di una bambina dietro al vetro di una finestra. La bambina la guarda, lei le sorride, e le fa un cenno di saluto con la mano. E la bambina le manda un bacio. Un gesto così semplice, innocuo, gratuito. La signorina le sorride. Poi il rumore di una serranda che si alza la distoglie, è il bar poco più avanti che sta aprendo. Quando torna con lo sguardo alla finestra, la bambina non c’è più. E quella parola, che aveva sentito in modo così chiaro, non è più sulla punta della sua lingua.

Il Musicista non ha più voglia di camminare. Sente la mancanza, solo adesso e tutta d’un tratto, di un motivo. Vorrebbe adesso avere un posto dove andare, o qualcuno da incontrare, magari sì, qualcuno che lo aspetta da qualche parte. Adesso non ha voglia di camminare per camminare. Ma non c’è nessuno, da nessuna parte, che lo aspetta. Allora decide di sedersi su una panchina, la sceglie a caso tra quelle disposte lungo il vialetto ghiaioso di quello che sembra un piccolo parco, nascosto dal buio, immerso nel silenzio. Forse vorrebbe qualcuno che lo aspetta, per vedere com’è. E per un attimo si lascia andare a quel pensiero, cerca di immaginarselo. Pensa che magari si sarebbe seduto sulla stessa panchina, anche sapendo che c’è qualcuno da qualche altra parte che lo sta aspettando. Magari per calmare l’emozione, magari perché l’ansia l’ha fatto uscire troppo in anticipo, magari anche per arrivare qualche minuto in ritardo, per farsi attendere un po’ di più. E se lo aspettasse una ragazza, come quella che coi tacchi cammina scomoda sulla ghiaia del vialetto, che senza notarlo gli passa davanti per scomparire di nuovo in un buio denso, tanto simile a quello dal quale inaspettatamente è apparsa. Gli passa così vicino, che quasi può immaginare il suo viso, tenuto in ombra da un cappello, che quasi può immaginare il suo profumo, perso nell’umidità. Così vicino che ad allungare il braccio nel momento giusto senza fatica avrebbe potuto toccarle il gomito, dirle una parola. Gli dà l’impressione di essere molto presa da chissà quali ragionamenti, non preoccupazioni, solo pensieri. Che dev’essere anche l’impressione che si potrebbe avere di lui, se qualcuno lo guardasse in quel momento, assorto, pensa allora sorridendo. Ma non c’è nessuno che possa pensarlo, i suoi pensieri sono durati più a lungo di quella breve apparizione, e la ragazza pensierosa non è già più lì. E con lei se n’è andato anche il pensiero del Musicista – che qualcuno lo aspetti, magari una ragazza. Perché il Musicista ha un modo tutto suo di sognare, e sta bene attento a non desiderare qualcosa che non ha.

Il Cowboy si chiama così per un modo tutto suo di camminare, come se avesse gli speroni, anche se non li ha. A lui non dà particolarmente fastidio, quel nome. Perché Il Cowboy è uno che si infastidisce molto facilmente, e questo lo sanno tutti. Adesso cammina alla ricerca di un distributore di sigarette, rintronato dalla giornata. Se ne sarebbe andato volentieri a dormire, ma non senza fumare l’ultima sigaretta. Quando rientra a casa dopo il lavoro, lo fa sempre, è un piccolo rito, anche se lui la chiama semplicemente “abitudine”. Mette la sigaretta in bocca, l’accende, tira fuori le chiavi di casa, apre il portone, entra, lo chiude dietro di sé, attraversa l’atrio, sale le scale fino al terzo piano, apre la porta di casa, entra, la chiude dietro di sé, va direttamente in bagno senza accendere la luce, si mette davanti alla tazza del cesso a gambe larghe, tira fuori l’uccello, piscia, rimette a posto l’uccello, dà un ultimo tiro alla sigaretta, la butta nel cesso, tira l’acqua. Ma stasera è rimasto senza sigarette, ha fumato l’ultima appena ha finito il turno, ed era l’ultima dell’ultimo pacchetto, che adesso è buttato, accartocciato e vuoto assieme ai suoi diciannove compagni, sul sedile del furgone. L’ha parcheggiato alla fine di una strada chiusa da lavori in corso – in questa Città tutti fanno tutto il possibile per complicarsi la vita. Lui no. Lui è uno tranquillo. Vivi e lascia vivere. Lui è uno che va lasciato tranquillo, e questo lo sanno tutti. Sigarette. Cammina con una mano in tasca, nell’altra tiene una bottiglia di birra mezzo bevuta, non vede l’ora di andare a dormire.

Sigarette. Adesso dicono che è tutta colpa di quelli che fumano. Che cosa? Tutto. La fame nel mondo, il buco nell’ozono, la droga, le puttane, la crisi dell’immondizia… La crisi dell’immondizia. A lui questa storia dell’immondizia non lo convince per niente. Per esempio, la raccolta differenziata. La gente la fa solo perché è costretta, è minacciata – anche nel suo palazzo sono arrivate un paio di multe negli ultimi due mesi, salate. Lui ci prova, ci prova tantissimo. Ma ci sono troppe cose che non sa dove buttare, ci sono troppe eccezioni. La plastica, inganna. Il polivinilcloruro, il polietilene, il polietilene tereftalato, il polipropilene, il polistirene, i poliaccoppiati e i poliestrusi. Sono alcuni dei nomi che ha imparato – informandosi, leggendo qua e là.

No, non è un cretino, Il Cowboy, lascia però che le persone intorno a lui lo pensino. Così non gli danno fastidio. E’ uno che si guarda intorno, e che riflette su quello che vede. Lui è uno che va lasciato tranquillo, e questo lo sanno tutti.

Il problema vero dell’immondizia è che la gente è abituata a desiderare cose, possederle, e liberarsene poi quando non le vuole più. E in tutto questo non c’è un briciolo d’amore. La gente butta per strada qualunque cosa.

Ha appena finito di pensare queste parole, che da una finestra in alto vede cadere qualcosa, una cornice, c’è del vetro, è uno specchio, che alla luce del lampione esplode in milioni di schegge color argento, una pioggia di polvere d’argento, schegge che ricadono sull’asfalto umido fin sui suoi piedi a una decina di metri di distanza. Il Cowboy per un attimo si dimentica delle sigarette, davanti alla cosa più bella che abbia mai visto in vita sua.

La Bella Donna è abituata ad essere guardata. Da tutti. Al lavoro, soprattutto: la sua immagine dà lavoro a decine e decine di persone, e lei gliela mette a disposizione. Ma ovunque, e sempre, tutti gli occhi sono per lei. E’ fatta per essere guardata.

Non è solo bella: è che sa significare qualcosa, questa è la sua specialità. Bella lo è come tante altre, ma essere belle è facile. Significare qualcosa, essere simbolo di qualcosa, raccontare qualcosa a chi ti guarda – è tutt’altro. E lei in questo è speciale. Ha significato molto, finora: la casalinga con un sorriso per tutti, anche davanti allo sporco più ostinato; la donna sofisticata, di classe, che non ha bisogno di chiedere, mai; la donna in carriera, di potere, stimata dai colleghi; la donna atletica e sportiva, che allena il proprio corpo ma senza trascurare la propria spiritualità; l’amica fidata, che ascolta senza giudicare i tuoi problemi e che sa consigliarti il detergente intimo adatto senza metterti in imbarazzo; la troia irraggiungibile che sa come fartelo diventare duro, ma con stile. Queste e mille altre le infinite declinazioni che ha raccontato, mille altre che adesso, da sola, nella sua stanza, sa di non riuscire a ricordare. Elenco infinito. Una moltitudine che, davanti allo specchio, non sa definire. Ogni dettaglio del suo corpo le riporta l’immagine di una di quelle storie, come le fossero rimaste appiccicate addosso. Le mani curate della casalinga. Il sorriso della donna di classe. Lo sguardo deciso della donna in carriera. Le gambe della sportiva, il viso disteso di chi è in pace con se stesso. Le clavicole dell’amica fidata. La schiena nuda della troia con stile. E molte altre ancora. Al punto che vedere l’insieme in mezzo a tutti quei dettagli è diventato impossibile. E’ troppo attraente, troppo pieno di significato ogni pezzettino per riuscire ad allontanarsi, e vedere il tutto che storia possa raccontare.

La Bella Donna è abituata ad essere guardata. Ma adesso che nessuno la sta guardando, timidamente prova a farlo da sé, e scopre di non riuscire a vedersi. Niente riflette lo specchio davanti a lei. La Bella Donna ha perso il riflesso. Lentamente, appoggia il calice di vino che sta bevendo, spalanca la finestra del salotto, stacca dalla parete lo specchio con la pesante cornice, esce sul balcone e lo lascia cadere. Il tempo si ferma. E’ eterna l’attesa dello schianto, al punto che la Bella Donna ha quasi la tentazione di sporgersi a guardare, e non la stupirebbe scoprire lo specchio sospeso nel nulla. Ma alla fine arriva, terribile per quanto lontano, lo schianto.

La Bella Donna rientra in salotto, e chiude la finestra. Riprende in mano il calice di vino, e si siede sul divano, cercando di non significare niente.

Non capita spesso, anzi, non capita davvero mai, che accada qualcosa. Il Musicista è abituato nelle sue lunghe passeggiate alla quasi totale assenza di eventi. Questo lo aiuta a svuotarsi, a pulirsi. Quando è svuotato e pulito, quando dentro di lui c’è il silenzio, lì sì che può nascere il germe di qualcosa. L’aria è frizzante, pungente. Non perché faccia particolarmente freddo. Piuttosto, è elettrica. Sente ronzare un lampione. Poi vede apparire di scatto in fondo alla strada un uomo, lo vede agitarsi, strapparsi la giacca, buttarla a terra, lo sente imprecare, poi di nuovo sparire dietro l’angolo. Lui continua a camminare nella stessa direzione. Appena raggiunge l’incrocio, vede sì, la giacca a vento scolorita dell’uomo abbandonata a terra. Fa per chinarsi. Poi sente una sorta di silenzio assoluto che lo congela – gli capiterà poi di ripensare a che cosa possa voler dire “sentire il silenzio”, a come il silenzio sappia semplicemente accadere, con la concretezza di un fatto, e che quando accade non si possa fare a meno di provare una strana tensione alla spina dorsale, una sorta di senso di disagio, come davanti a un errore che non siamo in grado di identificare con precisione e correggere – seguito da uno schianto.

Fa appena in tempo a girarsi verso il rumore, e cogliere con la coda dell’occhio un movimento lassù in alto, come di finestra che viene chiusa, ma è molto meno di questo, è appena la sensazione di un movimento. E poi ancora silenzio, e immobilità. Ma questo silenzio è completamente diverso da quello che ha preceduto lo schianto, è semplice non-rumore, senza significato, attesa o aspettativa. In fondo alla strada, una sottile nuvola di polvere, e un mucchio di detriti sul marciapiede. Si avvicina, ben attento che non piova nient’altro dall’alto. Quello che rimane di un grosso specchio, in frantumi. Ma su ogni scheggia è rimasto imprigionato il riflesso di qualcosa. Di un viso. Di un corpo. Di donna.

La Bambina Che Manda I Baci non ha mai visto tanta attività sotto la finestra di casa sua. Adesso c’è un ragazzo, o così le sembra, che sta accucciato, guarda con attenzione qualcosa che sta sul marciapiede. Lei gli manda un bacio, anche se sa che lui non la sta guardando, glielo manda lo stesso, così, perché è generosa, di baci da dare ne ha molti e non ha la preoccupazione di sprecarne qualcuno. Poi vede arrivare all’incrocio una ragazza, che cammina veloce; l’ha già vista passare sotto la sua finestra. Manda un bacio anche a lei, anche se neppure lei la vede. Invece la ragazza nota il ragazzo, la Bambina Che Manda I Baci lo capisce da come rallentano i suoi passi. La vede esitare, e immagina che si stia chiedendo se cambiare marciapiede o no. Poi prosegue, anche se con passo meno deciso, e guardando in direzione del ragazzo. Che alza lo sguardo. La vede. Si alza. Adesso che è vicina, sembra farle un cenno di saluto, indicare quel qualcosa sul marciapiede. Forse fanno amicizia, spera la Bambina Che Manda I Baci. Questo sì che sarebbe qualcosa, sarebbe quasi una storia. Ma la ragazza si blocca, fa qualche passo indietro, poi lancia un urlo fortissimo prima di correre via, e lasciare dietro di sé solo il rumore dei tacchi che si allontanano, e il ragazzo immobile a guardarsi le mani.

Nella notte della Città, Un Uomo e Una Donna fanno l’amore. Si conoscono, o non si sono mai visti. Sono colleghi, o prendono lo stesso tram al mattino, si sono conosciuti in chat, erano in fila alla stessa cassa al supermercato, sono marito e moglie, sono marito e moglie di qualcun altro, sono parenti, sono due perfetti estranei. Nella loro casa, nella casa di lui o di lei, in albergo o in macchina. Si chiamano per nome, si danno dei soprannomi, non sanno o non si ricordano il nome l’uno dell’altra. Hanno cenato insieme in un ristorantino romantico, hanno mangiato lui un kebab e lei un trancio di pizza, non hanno cenato. Mangeranno dopo, se hanno fame. Dormiranno insieme, o si saluteranno tra poco. Domani lui la chiamerà, ma lei non gli risponderà, o lei aspetterà la sua chiamata e lui la chiamerà, o no. Si rivedranno ancora, o non si rivedranno mai più.

Nella notte della Città, Un Uomo e Una Donna fanno l’amore.

L’Uomo Col Borsone, strappato via dai suoi pensieri, si ferma. Gli sembra di aver sentito qualcosa, un grido forse. Adesso c’è un silenzio strano, che dura un secondo o forse meno. Poi rumore di tacchi di donna che corrono verso di lui. Riprende a camminare deciso verso l’angolo della strada, proprio all’angolo una ragazza sconvolta lo urta, non si ferma neppure a chiedere scusa, prosegue la sua corsa trascinando con sé i rumore dei tacchi. Supera l’angolo, vede sul marciapiedi un uomo fermo in piedi che si guarda le mani, va verso di lui, quasi corre. Quando gli è abbastanza vicino si accorge che l’uomo ha le mani coperte di sangue, a terra ci sono pezzi di vetro, l’uomo alza lo sguardo verso di lui ma senza vederlo, sta piangendo.

Con l’imbarazzo di chi, confondendosi, saluta uno sconosciuto come fosse un vecchio amico, l’Uomo Col Borsone rallenta il passo ma non si ferma, guarda oltre e prosegue per la sua strada. La Città non è più quella di una volta, pensa. Andare in giro di notte sta diventando pericoloso. Però è contento di essere passato di lì e di aver visto quello che ha visto. Una morsa gli chiude lo stomaco per l’emozione, al pensiero di avere una storia da raccontare.

Alla Ragazza Che Ha Qualcosa Da Dire sembra di non avere niente da raccontare. Ha capito una cosa: di sentirsi molto confusa. Ha la sensazione che le siano successe mille cose, anche se poi, a elencarle, non le sembrano poi molte. Anzi, l’elenco sembra ridursi a: ho camminato in giro per la Città. Che cosa c’è di speciale in questo? Vale la pena di raccontarlo? E poi sì, è andata letteralmente a sbattere contro un uomo, e certo, è un evento speciale a modo suo, dato che non le era mai capitato prima, ma chissà a quanti è invece già capitato, nella vita. Quindi che interesse può suscitare questo racconto? Nessuno. Anche aver visto quello che ha visto – quel povero ragazzo, con le mani sporche di sangue, che la guardava… Certo, questo l’ha molto spaventata, ma a chi non è successo qualcosa di altrettanto traumatico? Tra racconti di vandalismo, tentato o riuscito scippo, riportato o vissuto in prima persona, le sembra che il suo piccolo trauma diventi sempre più piccolo e trascurabile. Lei stessa, continuando a ripensarci, sente che il brivido che ha provato è sempre più sbiadito, più lontano. Adesso è perfettamente calma, padrona di sé. No, non le sembra di avere niente di interessante da raccontare. Piuttosto si sente stanca, adesso, e decide di sedersi su una panchina.

Il Pazzo Contro Dio si alza dalla panchina deciso a ripercorrere ancora una volta il percorso fatto quella sera. Dritto fino all’incrocio, e poi il giro dell’isolato verso destra. Alla seconda svolta si trova davanti la giacca a vento scolorita. E’ il Cristo, è il Cristo che sposta le cose, gliele nasconde per poi fargliele ritrovare esattamente dov’erano. Si arrabbia, si arrabbia moltissimo. Al punto che, imprecando contro il cielo, raccoglie la giacca a vento scolorita e la butta dentro a un cestino dell’immondizia. Adesso vediamo, stronzo maledetto, che cosa ti inventi. Fa qualche passo per allontanarsi, poi l’intelligenza e l’istinto di sopravvivenza sono più forti dell’orgoglio e lo fanno tornare indietro, riprendere la giacca a vento scolorita e indossarla. Ti è andata bene questa volta, che io ho ancora del sale in zucca, ma la prossima volta, la prossima volta non la passerai così liscia.

La Bambina Che Manda I Baci ha visto tutto. Ha visto la luce accendersi nella stanza al terzo piano, li ha visti entrare, litigare, poi spogliarsi l’un l’altra come se i vestiti facessero male addosso e poi cadere sul letto. Non è riuscita a vedere i dettagli per via della distanza, ma ha capito – o almeno le pare così – che cosa stava succedendo. E con il mento appoggiato sulle manine intrecciate sul davanzale, al buio della sua cameretta, ha la sensazione fortissima di assistere a qualcosa che non avrebbe voluto vedere, come spiare un mago che si esercita nei trucchi di magia e rovinarsi poi la sorpresa.

Il Cowboy si accende un’altra sigaretta, ha poca voglia di tornarsene a casa. La notte è collosa, densa, l’ha ingoiato e non lo vuole lasciar andare. Gli piace lo scricchiolare della ghiaia sotto alle scarpe. Passa davanti a una panchina, si ferma, si siede.

Il Musicista ha adocchiato una panchina, ma quel tipo che cammina strano davanti a lui si siede per primo. Che fare? Proseguire. Evitare sempre e comunque qualunque tipo di imbarazzo. Evitare in ogni modo quelle spirali di pensiero che si avvitano senza controllo attorno ai “e se poi lui pensa che”, “se poi penso che lui pensi che”, “non vorrei mai che sembrasse che sto pensando con intenzione che lui potrebbe addirittura pensare che”. Cammina sulla ghiaia. Mette le mani in tasca. Sembra proprio non voler succedere niente. Fa mezzo giro del parchetto, poi torna indietro. La panchina adesso è libera, ma non ha più voglia di sedersi. Cammina verso casa.

La donna da sola guarda fuori dalla finestra del terzo piano. Ha in mano un bicchiere. La Bambina Che Manda I Baci le manda un bacio, ma la donna non la vede – sarà per il riflesso del vetro. Alla bambina dispiace buttare via così i baci, che vadano sprecati. Certo, lei ne ha molti, ma sa in qualche modo che valgono uno per uno ancora di più, perché sono gratis. E’ molto bella, quella donna. Non c’è quasi mai, ma quando c’è alla bambina fa piacere, perché guardarla le tiene compagnia.

Allora la Bambina Che Manda I Baci con fatica apre la finestra.

Anche lì, sotto casa, Il Cowboy non sa decidersi a salire. Il portone è lì, davanti a lui, basterebbe attraversare la strada ed entrare, come tutte le altre maledettissime volte che è tornato a casa dopo il lavoro. E invece si appoggia al muro, e nel buio accende un’altra sigaretta.

Ecco, avere qualcosa da dire è una bella responsabilità, ti cambia la vita. E infatti lei si sente davvero diversa, anche se non saprebbe spiegare in che modo, in cosa, o come. Adesso questo piccolo problema di non riuscire esattamente a mettere a fuoco questo “qualcosa”, sensazione irritante fin da subito, la sta logorando.

La Bella Donna guarda fuori dalla finestra, ma in realtà non vede niente. Vede sul vetro il riflesso della stanza alla sue spalle. E’ una bella stanza, spaziosa, arredata con gusto. Ma non c’è niente di lei, lì dentro. Potrebbe essere la stanza di un buon albergo, è pulita, ordinata, i colori sono abbinati nel modo giusto, la disposizione dei mobili è quella giusta. Niente è fuori posto. Il telefono continua a non squillare. Non c’è niente di lei, lì dentro. Neppure l’alone sul vetro. Neppure il suo riflesso.

Entra aria fredda, dalla finestra aperta.  La Bambina Che Manda I Baci ha un brivido, ma tiene duro. L’aria sembra pulita, c’è silenzio, e il silenzio e l’aria della notte entrano nella sua stanza, e l’avvolgono. Il buio diventa più buio, la stanza perde i confini che prima riusciva a intuire, le pareti, la sagoma della porta chiusa. Si sente improvvisamente molto più piccola di prima. La notte è un tutt’uno enorme e nero, con qualche sfumatura arancione, silenzioso, tra il dentro e il fuori. La Bambina Che Manda I Baci ha un ultimo brivido, poi si siede sul davanzale.

I nervi, i nervi. Torna indietro, vai a riprenderti la giacca. Non puoi stare senza la giacca. Il Pazzo Contro Dio torna indietro. Ma la giacca non è lì dove l’aveva lasciata. Maledizione. Questo lo fa molto arrabbiare. Sapeva che sarebbe potuto succedere, anche se non ci aveva pensato, ma lo sapeva. Sapeva anche bene che sarebbe potuto NON succedere. E la differenza tra una cosa e l’altra qual è? E’ il Cristo, ecco cos’è. E’ il Cristo che si diverte a giocare con lui, a metterlo in difficoltà, a occuparsi di cose di cui non si dovrebbe occupare – e dove sta scritto che si deve occupare della sua giacca a vento? – con l’unico scopo di metterlo in difficoltà. E’ il Cristo. Che si sta divertendo un mondo.

Sembra non voler succedere niente. Eppure, questo silenzio è denso, carico. Di aspettative, di attesa. C’è una tensione nell’aria strana, che non aveva mai sentito prima. Come se stesse per arrivare qualcosa. Come fosse la vigilia di Natale. Quel silenzio lì, di migliaia e migliaia, miliardi di persone chiuse dentro le proprie case, nelle proprie gabbiette, a mettere fiocchi alle ruotine, a impacchettare semi di girasole, un brulicare intenso ma innaturalmente silenzioso di occhietti lucidi, di manine, di zampette, come fosse tra poco, quel momento tanto atteso, il decollo dell’astronave, come mancassero pochi istanti… Il Musicista può quasi dire di sentire chiaramente il countdown irreversibile e inarrestabile nella propria testa. Magari, magari ci fosse una vera fine, magari questa fosse una vera notte, e non una vita sprecata nel buio, perché dopo la notte ci sarebbe l’alba, l’alba di un nuovo giorno, così come dopo una vera fine ci potrebbe davvero essere un vero nuovo inizio. Ma nel buio, c’è solo il buio, senza fine, senza tempo, e il rumore di fondo delle nostre vite sprecate. Eccolo, il silenzio improvvisamente esplode. Ecco quella tensione nella schiena che gli tronca il respiro. E poi finalmente, un tonfo alle sue spalle.

E’ denso, il buio. E’ spesso, il silenzio. La Bambina Che Manda I Baci allunga una mano, riesce a toccarlo, lo accarezza. Subito il buio la avvolge, va a riempire il vuoto che ha creato lo spostamento del braccino vestito solo di un pigiama di flanella rosa. Il buio l’abbraccia, la contiene, la sostiene. La Bambina Che Manda I Baci manda un bacio – al buio. Il migliore, il più bello dei baci. Era tanto, tanto tempo che nessuno la abbracciava. Poi chiude gli occhi. Il buio sorride, e la accompagna nel suo volo.

La Bella Donna spalanca gli occhi, e vede se stessa riflessa nel vetro della finestra, e vede i propri occhi, sgranati, sbarrati, immensi. Vede il proprio viso svuotarsi, sente il proprio sangue come riversarsi in una secchiata sul pavimento. Sente le dita allentare la presa. Anche senza guardare, ha la percezione esatta del calice di vino che precipita con una lentezza esasperante verso il pavimento.

L’Uomo Col Borsone sente rumore, grida, passi che corrono. Segue il rumore, accelera il passo. Mancano pochi metri all’incrocio. Arrivato all’incrocio, svolta a sinistra. Non capisce cosa vede. I suoni gli arrivano attutiti, slabbrati. Forse c’è qualcuno che ha bisogno di aiuto. Ma lui non riesce a muovere un passo, neppure quando il ragazzo che cammina strano gli urla qualcosa contro, neppure quando una donna gli sbatte addosso e gli fa cadere il borsone. Rimane lì, immobile. Non fa neanche il gesto di raccoglierlo.

La Ragazza Che Ha Qualcosa da dire gira l’angolo e continua a camminare a testa bassa, concentrata nei suoi pensieri. Qualcosa, o forse solo il suo sesto senso, le fa alzare lo sguardo. Vede un ragazzo, fermo, accucciato davanti a qualcosa, a un mucchio di qualcosa sul marciapiedi. Poi dall’oscurità vede scattare un altro ragazzo, che emerge dal buio, butta la sigaretta, e corre. Tutto al rallentatore. Manca solo la neve. Poi corre via, via, va a sbattere contro qualcuno che scatta stizzito, lei si ferma per un attimo, lo guarda, gli dice: Non c’è proprio più niente da dire. E poi è di nuovo correre via, via. Via.

Il Pazzo Contro Dio si sfila la giacca a vento scolorita con la cerniera inceppata dalla testa, stavolta senza imprecare, calmo e fermo. Ha la sensazione di essere l’unica cosa ferma lì in giro, mentre tutto attorno a lui è rumore, e folle corsa. Si sfila lentamente la giacca a vento, poi scosta il ragazzo con le mani sporche di sangue che sta piangendo davanti a quel fagottino riverso sul marciapiede. Stende la giacca a vento scolorita con la cerniera inceppata a coprire quella bestemmia di flanella rosa, e con quella copre tutte le bestemmie che può mai aver detto o anche solo pensato. Stavolta l’hai fatta grossa, mormora guardando il cielo, stavolta l’hai proprio fatta grossa, porco Dio.

 

Annunci

2 pensieri riguardo “La città.

  1. Sì, sei brava. Hai un modo di scrivere che mi piace, hai dei numeri per diventare una scrittrice con un buon seguito di lettori. Anche quello che hai scritto sul blog mi è piaciuto. Credo sia una narrazione della tua vita e dei sacrifici che stai facendo per andare avanti e sono partecipe delle tue difficoltà e ti dico vai avanti!!!. Stimo anche il tuo intenso lavoro di ricerca, ma per me il teatro danza mi sembra troppo pesante per uno spettacolo intero. Io lo metterei in qualche scena di uno spettacolo teatrale, a piccole dosi, per non distruggere lo spettatore e portarlo allo sfinimento totale. Spero che l’altra sera a Ragogna non te la sei presa troppo a male, ma purtroppo certe volte voglio fare il grillo parlante e così mi succede anche con i miei superiori e poi penso che sono uno scemo a far certe sparate, ma cosa vuoi sono come roger rabbit, se mi metti una musichetta canto subito…. col fliiiit! Apprezzo e critico in egual misura. Distribuisco sempre il mio pensiero anche a chi non me lo ha chiesto ma alla fine è perchè voglio avere veri amici e veri nemici non gente falsa che ti dice sempre bene e poi non vengono mai a vedere uno spettacolo e non ti comprano neanche un libro o un disco. Sto seguendo questa serie di incontri a Ragogna per conoscere autori friulani di Teatro e per ora sono molto contento di quello che ho imparato anche se non scriverò mai per il teatro ma almeno sto imparando i suoi meccanismi. Ciao e auguri. Walter

  2. Grazie Walter per il tuo sguardo attento, sia qui sul blog che a Ragogna. Io non me la prendo, ci mancherebbe, perché ho imparato ad apprezzare chi sa dire quello che pensa e se ne prende le responsabilità. Quindi continua a guardare le cose con curiosità, e in bocca al lupo per tutto! Sarah

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...