La prima settimana.

“Allora devi proprio andare?”

La domanda gli era uscita diversa da come suonava nella sua testa un attimo prima di essere pronunciata. Gli era uscita debole e lamentosa, se l’era immaginata più insinuante, densa di sotto testi. Anche accompagnata dal quel gesto, appoggiarle la mano sul ginocchio – ma la sua mano doveva essere veramente fredda, perché Cara aveva sottratto il ginocchio con un piccolo scatto. E infatti sentiva freddo, anche sotto le coperte, aveva i brividi.

“Lo sai. Rimani a letto. E non fumare.”

Un bacio sulla fronte e poi un tintinnio di chiavi, fruscio di cappotto, tacchi, porta che si apre, porta che si chiude, tacchi sulle scale, silenzio.

Aveva chiamato quella stessa mattina al Progetto, per avvertire che non sarebbe andato alla base, che non si sentiva bene. Si chiedeva come l’avrebbero presa, passata nemmeno una settimana dal suo inizio. E invece la voce metallica della segreteria meccanica l’aveva spiazzato: “Collaboratore 352684 – situazione medica pervenuta ieri ore 23:34. Permesso medico accordato.”.

Evidentemente Casa, una volta registrata la modifica della sua temperatura corporea, l’aveva immediatamente comunicata.

Faceva un po’ fatica ad abituarsi a tutte queste novità. Il Progetto. Era una grossa azienda che si occupava di sicurezza, la più grossa. Se eri un hacker virtuale di nuova generazione era chiaro che lavorare lì fosse la tua più alta ambizione. Tutti i giovani che uscivano dall’addestramento sognavano di lavorare per il Progetto. Lui era uscito con un punteggio molto alto, tra i primi del suo corso, ma sapeva che la selezione era durissima. Adesso stava finendo la Prima Settimana, una settimana di prova e di formazione; l’aveva iniziata molto eccitato, anche se finora non era successo niente di degno di nota.

E poi Casa. Ogni collaboratore del Progetto aveva diritto ad un’unità abitativa di dimensioni variabili a seconda del proprio nucleo familiare – una bella sistemazione, subito fuori città, in un quartiere residenziale costruito proprio con lo scopo di ospitare i dipendenti una decina d’anni prima. Lui e Cara avevano consegnato una P.F.U. (promessa di formalizzazione dell’unione), e avevano ottenuto un alloggio per due, nuovissimo e dotato di tutte le comodità.

Gli faceva un po’ male la schiena. Le ossa, gli facevano male. E gli bruciavano gli occhi.

“Casa, temperatura 352684.”, chiese girandosi nel letto.

“Trentanove gradi centigradi virgola quattro”, rispose la voce gentile. “Provvediamo immediata nebulizzazione – paracetamolo.”

“Casa, luce ore 19.” E Casa scurì i vetri, simulando la luce di un tardo pomeriggio.

Chiuse gli occhi, aspettando che il paracetamolo facesse effetto.

Si sentiva ancora in albergo, in quella casa. Viveva lì solo da una settimana, gliel’avevano fornita completamente arredata: mobili, biancheria, vestiti per lui e per lei negli armadi, piatti e stoviglie, persino due spazzolini da denti in bagno, libri negli scaffali, cose da mangiare nella credenza. Ci si sarebbe abituato, doveva solo avere pazienza.

Solo che adesso, stare lì da solo, gli sembrava strano. Era la prima mattina che passava in quella casa da quando ci viveva. Gli sembrava che fosse diversa, da come la trovava tornando dal lavoro. Diversa, ma non sapeva bene in che modo.

***

Aprì gli occhi. Silenzio. Solo.

“Casa, ore.”.

“Ore sedici, minuti dodici, secondi quarantasei”.

Aveva dormito otto ore? Com’era possibile? Si sentiva la bocca secca.

Cara non sarebbe arrivata prima delle sette, forse le sette e mezza.

“Casa, messaggio. Cara.”, disse. Poi, più lentamente: “Come va amore? Tuo malato aspetta dolorante tuo ritorno. Bacio.”. Ci pensò su per un attimo. “Invio.”.

***

Si alzò dal letto. Gli girava la testa. Andò in cucina a prendere un bicchiere d’acqua, lo bevve tutto di un fiato, poi ne riempì un altro che portò con sé in camera, dove si ributtò sul letto.

***

Un rumore gli fece aprire gli occhi. Si era addormentato di nuovo.

“Casa, ore.”.

“Ore diciannove, minuti cinquantasette, secondi dodici.”.

Le otto di sera. Cara sarebbe dovuta essere già lì da almeno mezz’ora.

“Ti sei svegliato, finalmente”, era apparsa sulla porta della camera, gli sorrideva.

“Quando sei tornata?”.

“Alle sette e mezza, più o meno. Hai fame?”.

Annuì. Un po’ gli dispiaceva che non fosse andata a salutarlo quand’era tornata.

“Vieni di là, tra poco è pronto.”, disse lei andandosene.

Si alzò piano, si sentiva debole. Forse gli stava salendo di nuovo la febbre. Dalla cucina non arrivava nessun rumore.

“Com’è anda…”, la domanda gli rimase mozzata a metà quando arrivò sulla porta della cucina. Lì, nella sua cucina, erano seduti tre uomini, uomini del Progetto. Che si girarono a guardarlo.

“Amore, vieni, siediti.”. Disse lei scostando un’altra sedia dal tavolo. “Casa, temperatura 352684.”

Si sedette.

“Trentotto gradi centigradi virgola nove.”

Lei gli accarezzò la testa.

“Sono qui per te”, disse dolcemente accennando ai tre uomini; “Erano preoccupati.”.

“Diciamo che volevamo verificare che fosse tutto in ordine”, disse uno di loro. Erano vestiti tutti e tre uguali.

“Non ci ha affatto sorpreso, sapere che lei non si sentisse bene.”, disse il secondo.

“Capita frequentemente. Sa, il vaccino.”, aggiunse il terzo.

Se n’era completamente dimenticato. Quando aveva firmato il contratto, l’avevano vaccinato. Non aveva ben capito per cosa, era in ottima salute, pare che fosse soltanto una precauzione di ruotine; comunque, era obbligatorio, altrimenti niente lavoro.

“Potrebbero esserci, dentro di lei, delle… diciamo delle resistenze.”, disse il primo uomo. “Capisce che al Progetto ci dobbiamo tutelare. Sa, le eventualità.”.

Annuì, confuso. Cara intanto aveva ripreso a preparare la cena, come se ci fossero lì tre vecchi amici dell’addestramento passati per una visita.

I tre uomini rimasero lì seduti in silenzio, come in attesa che succedesse qualcosa, o che lui dicesse qualcosa.

“Posso fare qualcosa per voi?”, chiese lentamente, estenuato da quel silenzio.

“Oh no, non si disturbi. Cerchi di comportarsi come se noi non fossimo qui.”, rispose uno.

“Così ci rende più facile il compito”, aggiunse sorridendo un altro.

“I rilevamenti vanno eseguiti influenzando il meno possibile l’oggetto in osservazione”, concluse, come fosse un chiarimento, l’altro.

I rilevamenti? Le eventualità? Le resistenze? Era difficile fare finta di niente, quasi impossibile. Quelle parole, che volevano dire tutto e niente, gli giravano in testa provocando echi che si sovrapponevano senza esaurirsi mai. Probabilmente colpa della febbre.

“Casa, paracetamolo”, disse lui.

“Casa, annulla”, intervenne uno dei tre. “Deve mangiare qualcosa, prima di prendere le medicine”.

Cara gli sorrise e annuì, probabilmente l’uomo l’aveva anticipata di un millesimo di secondo.

Lui cominciò a sentirsi nervoso. Un appunto del genere, fatto da Cara, sarebbe stato pieno di tenerezza, premuroso; fatto dall’uomo, l’aveva fatto sentire come se avesse tre anni, come se non sapesse stare al mondo, come fosse un imbecille. A casa sua.

Si alzò da tavola, anche i tre uomini fecero lo stesso, all’unisono, di scatto. Lui si voltò a guardarli. Poi lentamente si avvicinò a Cara, le sfiorò il fianco con una carezza, e prese un bicchiere pulito, che riempì d’acqua fresca. Si risedette a tavola.

“Cerchi di comportarsi come se noi non fossimo qui”, si diceva. Era impossibile. Ecco come doveva sentirsi un panda in uno zoo del secolo scorso. Proprio a suo agio. Quel silenzio… Anche quel silenzio suonava irreale. Non era come quando tante altre volte lui e Cara si erano ritrovati in cucina prima o dopo cena, ognuno con i suoi pensieri, in un silenzio complice. Era casa, quel silenzio. Invece in quel momento si sentiva invaso, attaccato. Pure nel silenzio, anche se non stava succedendo niente, sentiva che la presenza dei tre uomini era violenta.

“Quindi lavorate anche voi per il Progetto”, disse, cercando di mascherare la rabbia che gli stava lentamente montando dentro.

“E’ così.”, rispose uno di loro.

“E di cosa vi occupate?”

“Rilevamenti. Controlli.”, disse un altro, vagamente.

“Rilevamenti… ?”, si sporse verso l’uomo che gli aveva risposto.

“Ah, rilevamenti di ogni genere.”, gli disse lo stesso uomo, come se questa risposta fosse esaustiva, conclusiva, definitiva.

“E quanto durano, di solito, questi rilevamenti?”, lo incalzò lui.

“Dipende.”, si inserì il terzo uomo. “Dipende. Non lo si può mai dire.”

Ancora silenzio.

“Ma si può sapere che cosa state rilevando?”, avrebbe voluto urlare tanto forte da fargli cadere dalla testa i cappelli. Invece bevve un sorso d’acqua, cercando di calmarsi.

“Lei deve stare tranquillo. Capiamo bene che la situazione possa metterla a disagio, ma è nel nostro interesse prima di tutto – e, mi creda, anche nel suo – che lei mantenga la calma, che si rilassi. Vorremmo che non percepisse la nostra presenza come… ecco, come un’invasione. E’ tutto a posto. Non si preoccupi.”.

Stava per ribattere, quando Cara gli mise il piatto con la cena davanti.

“Tu non mangi?”, le chiese.

“No, non ho fame; ho fatto uno spuntino con una collega.”, e uscì dalla stanza.

Si voltò a guardare interrogativo l’uomo che gli sedeva davanti.

“Mangi, mangi pure.”, gli rispose questo, affabile.

Per tutta risposta, si appoggiò allo schienale della sedia e incrociò le braccia, senza mai smettere di fissare l’uomo negli occhi.

L’uomo alla sua sinistra si appoggiò al tavolo, e gli disse, vicinissimo all’orecchio: “Mangi.”

L’uomo alla sua destra gli spinse con un piccolo gesto il piatto davanti. Tutti e tre adesso lo stavano fissando.

Lentamente, scostò la schiena dalla sedia, si alzò in piedi allontanandola. “Fuori di qui.”, disse con voce ferma.

L’uomo seduto di fronte a lui si alzò a sua volta. “Sta facendo un grosso errore.”, gli disse, calmo. “Lei ha firmato una liberatoria con cui si dichiarava…”.

“Non me ne frega un cazzo, né di voi, né della liberatoria!”, gridò. Gli girava la testa, e gli pulsavano le tempie, sentiva le gambe molli, ma non aveva assolutamente intenzione di tirarsi indietro. “Andatevene da casa mia. Risponderò a chi di dovere, ma adesso fuori!”. Aveva il fiatone, e gli ronzavano le orecchie.

L’uomo alla sua sinistra si alzò in piedi, lentamente, a sua volta, e mise le mani nelle tasche dell’impermeabile, senza staccargli gli occhi di dosso. L’uomo di fronte a lui gli mise una mano sulla spalla. “L’ostilità non è un buon modo.”

Non fece in tempo a ribattere che tutto si fece nero attorno a lui.

***

Un coniglio, bianco. Lui lo inseguiva, sulle colline. Il coniglio correva, poi si fermava come per aspettarlo. Ma appena la distanza tra loro diminuiva, riprendeva a correre. Lui sentiva che gli sarebbe scoppiato il cuore se non si fosse fermato. Ma non mollava. Correva, correva, correva. Fino in cima alla collina. Ma superata la cima tutto diventava nero, e lui cominciava a precipitare nel vuoto.

***

Aprì gli occhi di scatto. Aveva il fiatone, ed era completamente inzuppato di sudore. Si liberò dalle lenzuola. Era nel suo letto, a casa sua.

“Casa, ore.”

“Ore dodici, minuti tredici, secondi dieci.”

Aveva fatto un sogno…

“Casa, temperatura 352684.”

“Trentasei gradi centigradi virgola quattro.”

La febbre era scesa. Bene. Ricordava che Cara l’aveva salutato prima di andare al lavoro, ricordava di aver preso del paracetamolo, e poi… Era confuso. Evidentemente si era addormentato, e aveva sognato. Non ricordava bene il sogno, però si sentiva…

Lentamente si alzò a sedere. Poi si alzò dal letto. Si sentiva spremuto. Si tolse il pigiama che era letteralmente bagnato. Prese della biancheria pulita, uscì in corridoio così com’era, nudo: si sarebbe fatto una doccia calda e poi avrebbe mangiato qualcosa, aveva una sete…

Passando davanti alla porta semichiusa della cucina vide qualcosa che lo fermò. Spalancò la porta: nella sua cucina c’erano tre uomini seduti a tavola, tutti e tre vestiti uguali.

“Buongiorno.”, disse uno dei tre, “la stavamo aspettando.”

“Si vesta, si vesta pure con calma.”, aggiunse subito il secondo.

Lui riuscì solo a indicare la porta del bagno, e a mormorare: “Stavo andando a…”.

Il terzo, sorridendo gentilmente, concluse per lui: “A fare una doccia?”; poi rivolto agli altri due: “Stava andando a fare una doccia.”. Anche gli altri sorrisero, come ci fosse qualcosa che loro sapevano e lui no.

“Mi… Mi rivesto.”, e rientrò in camera.

Quando tornò in cucina lì trovò lì seduti ad aspettarlo. Prese un bicchiere d’acqua, e lo bevve tutto d’un fiato; al cenno di uno dei tre si sedette al tavolo.

Lo stesso iniziò a parlare. “Lavoriamo per il Progetto. Siamo qui per fare dei rilevamenti. Non ci stupisce che lei non si senta bene, probabilmente è una reazione al vaccino che ha fatto.”

Annuì, confuso. L’altro riprese a parlare.

“L’ideale sarebbe che lei cercasse di comportarsi come se non fossimo qui. Capisce, abbiamo bisogno di vederla nel suo habitat naturale. Se lei collabora…”

“A cosa dovrei collaborare?”, chiese timidamente.

“Ai rilevamenti.”, gli rispose l’uomo seduto di fronte a lui. “Quello che il mio collega stava cercando di dirle era che se lei collabora, se si comporta bene e fa tutto quello che le viene chiesto, la cosa si risolverà in fretta, nel più breve tempo possibile.”

“Non capisco che cosa dovete rilevare.”: non lo capiva veramente, ed era molto più curioso che infastidito. Anche se aveva una strana sensazione addosso, che non si sapeva spiegare.

“Lei ha concluso la sua Prima Settimana al Progetto”, gli rispose il terzo uomo; “Questo è il primo rilevamento a cui viene sottoposto: è la routine. Capisco che possa suonarle strano, è normale; poi vedrà che col tempo ci si abituerà, non ci farà più caso.”

“E col tempo i rilevamenti si diraderanno. E’ solo all’inizio che saranno frequenti, è la proceduta con i nuovi arrivati”, aggiunse l’uomo alla sua destra.

“Come siete entrati?”. Quella domanda, che gli era venuta in mente soltanto adesso, gli era suonata stupida non appena l’aveva pronunciata. E infatti nessuno dei tre si disturbò a rispondere. Era chiaro che, lavorando per il Progetto, avevano accesso all’abitazione.

“Che cosa ricorda del suo colloquio di assunzione?”, gli chiese l’uomo alla sua destra.

Gli venne la tentazione di chiedere se quella domanda facesse parte dei rilevamenti, ma chissà perché pensò che non vi avrebbe ricevuto risposta.

“Ricordo che mi hanno esaminato tre professori; hanno scorso con me le mie graduatorie dell’addestramento commentandole, e mi hanno detto che le caratteristiche per l’assunzione c’erano. Mi hanno parlato della Prima Settimana, di un periodo di prova prima dell’assunzione definitiva. Mi hanno chiesto di Cara…”

“La sua compagna.”, aggiunse l’uomo di fronte a lui.

“Esatto. Ho confermato, come avevo scritto nella mia presentazione, la mia intenzione di formalizzare il mio rapporto con lei.”. Faceva fatica a ricordare, faceva fatica a mettere in ordine i ricordi che aveva di quel colloquio, come fossero passati degli anni, invece si trattava appena di dieci giorni prima.

“Poi c’è stato il vaccino.”, lo aiutò l’uomo alla sua sinistra.

“Esatto. Sì. Mi hanno spiegato che era una misura precauzionale del Progetto. Poi mi hanno fatto firmare moltissime carte, spiegandomi per ognuna che cosa era, anche se adesso…”

“Autorizzazioni a procedere.”, intervenì lo stesso uomo. “Anche soltanto per partecipare alla Prima Settimana, il Progetto deve avere da parte sua l’autorizzazione firmata dell’accettazione di una lunga serie di condizioni.”

“Se riflette attentamente,” aggiunse l’uomo seduto di fronte a lui, “si ricorderà che una di queste autorizzazioni che lei ha firmato” – fece una pausa quasi impercettibile – “faceva riferimento appunto ai rilevamenti, e al suo nulla osta a procedere.”

“Sì, sì, ora ricordo”, disse, perché piano piano, per quanto in modo molto confuso, questo ricordo stava riaffiorando nella sua memoria.

“Non avesse accettato”, continuò l’uomo, “lei non sarebbe mai stato ammesso alla Prima Settimana.”

“Certo, è chiaro.”, disse. “Quello che continuo a non capire è di che accertamenti stiamo parlando.”

“Accertamenti?”, chiese molto interessato l’uomo alla sua sinistra, e chiedendolo si sporse in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo. “Come mai ha scelto questa parola?”

“Voglio dire, i controlli…”

“Controlli?”

“Ma sì, quello che siete venuti a fare qui…”

“E’ chiaro il senso della domanda”, disse l’uomo di fronte a lui. “Quello che il mio collega le stava chiedendo era come mai avesse scelto proprio quella parola, e non un’altra.”

“Beh, è la prima che mi è venuta in mente, credo.”

I tre uomini si scambiarono un’occhiata, e annuirono in silenzio. Lui ebbe la sensazione fortissima che tutto quello che aveva o avrebbe detto e fatto davanti a loro era e sarebbe stato minuziosamente registrato.

“Accertamenti.”, ripeté l’uomo seduto di fronte a lui, annuendo. “Quindi lei suppone – mi corregga se sbaglio – che il nostro scopo sia quello di accertare, di verificare la certezza di un’ipotesi.”

Rimase in silenzio. Si sentiva profondamente a disagio, ma allo stesso tempo era tranquillo, come se sapesse, in fondo in fondo, che era tutto uno scherzo che poteva interrompersi e svelarsi da un momento all’altro.

L’uomo seduto di fronte a lui gli fece un cenno, come a chiedergli di rispondere, come a incoraggiarlo a parlare.

“Non so cosa rispondere.”, disse lui, sincero, con un’alzatina di spalle.

“Ha alzato le spalle.”, disse l’uomo alla sua sinistra all’uomo alla sua destra. Entrambi annuirono. Poi quest’ultimo gli chiese: “Ha alzato le spalle?”

“Non lo so…”, disse lui, confuso. Quella conversazione gli sembrava del tutto priva di senso.

“Pensa fosse un riflesso condizionato?”, gli chiese l’uomo davanti a lui.

“Non… Non saprei.”. Si sentiva sempre più a disagio. E cominciava ad avere freddo, forse la febbre stava salendo di nuovo.

“Non saprebbe.”, commentò lo stesso uomo, come tra sé e sé. Poi annuì. “Che cosa crede che siamo venuti a controllare?”

“Siete venuti a controllarmi?”

“Lei crede che il Progetto la controlli?”

“L’avete detto voi.”

“Che cosa?”

“Che siete venuti a controllare.”

“No, l’ha detto lei.”

“L’ha detto lei, un attimo fa. Chiedendomi che cosa io creda possiate controllare – significa che controllate, no?”

“Significa che lei crede che noi si sia qui per controllare. Come ha detto poco fa.”

“Io non l’ho detto affatto.”

“L’ha detto. Ha detto prima la parola “accertamenti”, e poi “controlli”. Le ripeto la domanda: che cosa crede che siamo qui a controllare?”

“L’ho detta, sì, ma senza volere.”

“Senza volere?”

“Senza intenzione.”

“Senza intenzione?”

“Oh, insomma, la vuole smettere di ripetere tutto quello che dico?”

La frase, e il tono, gli erano sfuggiti. Non voleva alzare la voce, ma si era innervosito. Adesso gli dispiaceva essersi lasciato andare.

L’uomo alla sua sinistra gli appoggiò una mano sulla spalla. “Stia tranquillo.”, gli disse gentilmente. “Con il tempo capirà che l’ostilità non è un buon modo.”

***

“Messaggio in entrata.”

La voce di Casa lo svegliò.

“Cara. Poverino il mio malatino. Riposati per bene che stasera quando torno ti voglio in forze. Ho voglia di te.”

Era una cosa che li faceva veramente ridere, mandarsi messaggi provocanti o mielosi o pieni di insulti, e poi sentirli leggere dalla voce sempre gentile e formale di Casa.

E anche adesso si mise a ridere.

“Casa, ore.”

“Ore quindici, minuti trenta, secondi quattro.”

Si era fatto una bella dormita, e si sentiva bene. Aveva addirittura fame.

Si alzò e andò in cucina.

Quando spalancò la porta ebbe un sussulto: era tutto a posto. Il tavolo, le sedie, tutto in ordine. Silenzio. Solo.

E quindi?

Si sentiva un po’ rintronato. Decise di fare una doccia prima di mangiare. Stava abbastanza bene, rintontito forse ma niente di più. Alla fine era a casa, non aveva fretta, se la sarebbe presa con calma.

Quando uscì dalla doccia era decisamente nervoso, anche se non sapeva spiegarsi perché. E tornando in cucina ebbe di nuovo un brivido, come se si aspettasse che sarebbe successo qualcosa da un momento all’altro. Ma non successe niente.

“Casa, luce naturale.”

Il sole obliquo del pomeriggio entrò dalle grandi vetrate. Fuori doveva essere una giornata stupenda. Pensò a Cara, e alle passeggiate che da tempo non facevano. Sentì nostalgia.

“Casa, messaggio. Cara. Mi manchi, sai?”. Sentì salire un groppo in gola. “Invio.”

Che gli succedeva?

La loro vita aveva subìto una brusca sterzata nell’ultimo periodo, con il suo nuovo lavoro, e finalmente la possibilità di andare a vivere insieme come desideravano da tempo. Gli sembravano tutte cose belle. E allora?

“Non c’è niente che non va.”, pensò.

“Non c’è niente che non va.”. Alzò lo sguardo, e vide tre uomini seduti al tavolo della cucina. Da dove erano sbucati?

“Si tratta di semplici rilevamenti.”, continuò l’uomo.

“Ma voi…”

“Lavoriamo per il Progetto, certo.”, concluse l’uomo, come annoiato.

“Si sente meglio?”, chiese uno degli altri due.

“Si sente meglio, si sente meglio.”, concluse il terzo.

“Si sieda.”, disse il primo.

“Che cosa volete da me?”

“Si sieda, la prego.”, ripeté l’uomo, e questa volta era chiaro che si trattasse più di un ordine che di una richiesta.

“Che cosa volete?”, chiese di nuovo, sempre più agitato.

“E’ di fondamentale importanza”, disse l’uomo che aveva parlato per secondo, “che lei si sieda. Abbiamo istruzioni precise. La procedura. La procedura non deve essere variata per nessun motivo. Sarebbe grave. Sarebbe molto… rischioso.”, disse gravemente.

“Io non mi siedo finché non mi spiegate che cosa sta succedendo.”

“Lei così rende le cose veramente difficili.”, disse con calma il terzo uomo. “Forse non le è chiaro che lei non è in alcun modo nella posizione di dettare delle condizioni. E opporsi non le conviene affatto.”

“Mi sta minacciando?”, era molto più arrabbiato di quanto si aspettasse lui stesso. Stava lottando come lotta un animale per sopravvivere.

“Se ci costringe a variare la procedura, le conseguenze ricadranno interamente su di lei.”, riprese il secondo uomo. “Si siede o no?”

“Andatevene a fanculo.”, si sentì rispondere, rabbioso.

I tre uomini si tolsero il cappello e lo appoggiarono sul tavolo. Si alzarono in piedi. In un attimo in due l’avevano afferrato, le loro mani gli stringevano le braccia come tenaglie, mentre il terzo scostava una sedia, e la indicava agli altri due.

Cercò con tutte le sue forze di divincolarsi, ma i due non mollavano. Lo avvicinarono alla sedia. L’uomo in piedi davanti a lui gli tirò un pugno nello stomaco che lo piegò in due, si accasciò sulla sedia. I due lo tenevano per le braccia.

Sentì che le orecchie cominciavano a ronzare, fu scosso da un brivido, improvvisamente si sentì debolissimo.

“L’ostilità… L’ostilità non è un buon modo…” disse con un mormorio appena udibile poco prima di perdere i sensi.

Un coniglio bianco…

Gli arrivò uno schiaffo fortissimo in faccia.

“Che cosa ha detto?”, gli chiese l’uomo di fronte a lui.

Non rispose.

“Ripeta che cosa ha detto.”

“Un coniglio, bianco. Lui lo inseguiva, sulle colline.”, mormorò lui, tenendo la testa bassa e gli occhi chiusi.

“Ripeta.”. La voce dell’uomo era velata di panico.

“Non può ricordare.”, disse un altro degli uomini.

“Il coniglio correva, poi si fermava come per aspettarlo.”

“Cos’è questa storia del coniglio? Com’è che non ne sapevamo niente?”

“Lo stiamo perdendo.”, disse uno dei due uomini di fianco a lui.

“Ma appena la distanza tra loro diminuiva, riprendeva a correre. Lui sentiva che gli sarebbe scoppiato il cuore se non si fosse fermato.”

“Dove starà andando?”, si chiese l’uomo davanti a lui.

“Perché non sapevamo del coniglio?”

“Ma non mollava. Correva, correva, correva. Fino in cima alla collina.”

“Ha trovato un posto sicuro, molto molto in profondità. Ci sta mollando.”

“Sì, ma perché cazzo non sapevamo niente del fottuto coniglio? Cos’è? Un ricordo? Un sogno?”

“Peggio. Una fantasia.”

“Vuoi dire che se lo sta inventando?”

“Sì. Lasciatelo pure. Ormai è fuori.”

“Ma superata la cima tutto diventava nero, e lui cominciava a precipitare nel vuoto.”

“Andato. Lo abbiamo…”

Non sentì come finiva la frase. Precipitò nel vuoto.

***

Si svegliò. Semplicemente, aprì gli occhi. Era a letto, si sentiva le ossa rotte. Era buio.

“Casa, ore.”

“Ore ventuno, minuti nove, secondi ventiquattro.”

Aveva dormito tutto il giorno?

Poi sentì dei rumori venire dalla cucina. Si alzò. La porta era semichiusa. La luce dentro era accesa. Sentì che il cuore gli martellava dentro. Aprì la porta.

La tavola era apparecchiata per due, con molta cura. C’erano persino delle candele, non ancora accese.

“No, mi hai rovinato la sorpresa!”, Cara gli si fece incontro asciugandosi le mani sul grembiule. Gli diede un bacio. “Uffa.” Poi lo prese per mano e lo accompagnò al tavolo.

“Quando sei tornata? Non ti ho sentito.”

“Dormivi come un bambino. Un paio d’ore fa. Sono arrivata e ho trovato… Sono corsa giù di nuovo a fare la spesa. Una cenetta. Per festeggiare, io e te.”

“Cos’hai trovato?”, chiese lui con una certa apprensione.

Cara per tutta risposta disse: “Casa, posta recente.”

“Posta recente.”, disse Casa. “Ricevuto oggi, ore diciassette minuti zero, secondi zero. All’attenzione di 352684. E’ terminato il suo periodo di prova della Prima Settimana. Le comunichiamo che tutti gli accertamenti, i controlli e i rilevamenti effettuati dal Progetto hanno avuto esito positivo con il raggiungimento di punteggio di fascia A anche in condizioni di elevato stress psicofisico ed emotivo. Siamo pertanto lieti di proporle un incarico con grado A5 a decorrenza immediata. Mittente: il Progetto.”

“A5! Ma ti rendi conto? E’ il grado più alto per i nuovi arruolati!”, Cara gli saltellava davanti dalla felicità. “Amore, sei un genio!”. Lui le sorrise. Era radiosa, bellissima. La amava da morire. La strinse forte a sé, e la baciò. L’ultima cosa che pensò, prima di stenderla sul pavimento, era che sì, anche se aveva già deciso, poteva anche aspettare l’indomani, per contattare il Progetto e rifiutare la loro proposta d’incarico.

Poi non pensò più a niente. La prese con forza, quasi con rabbia, era distrutto. Lei gli passò una mano sul volto, e sorridendo, gli sussurrò: “Piano. L’ostilità non è un buon modo.”

 

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