K. il processo

Babygang | Band à Part | Sanpapié

K. il Processo
dal romanzo di Franz Kafka | based on a novel by Franz Kafka

regia | directed by
Paolo Giorgio
coreografia e movimento scenico | choreography and stage movement
Lara Guidetti
testi | written by
Carolina De La Calle Casanova, Sarah Chiarcos
con | with
Federico Bonaconza, Linda Caridi, Francesca Debri
Mario Fedeli, Dario Merlini, Francesco Pacelli
Valentina Scuderi, Alessandro Vasta
ambienti sonori e musiche di | soundscape and music
Marcello Gori
costumi | costume designer
Giulia Bonaldi
maschere realizzate da | masks made by
Federica Ponissi e Giada Masi per Totoro Allestimenti
assistente alla regia | assistant director
Cristina Belgioioso
disegno luci | lighting designer
Sarah Chiarcos
coordinamento produzione | production coordination
Josephine Magliozzi, Fabio Ferretti
referente di progetto | person in charge
Silvia Pinto

organizzazione | organization
Sara Carmagnola
contabilità | accounting
Federica Lissoni

ufficio stampa | press office
Ecate – Maddalena Peluso
progetto comunicazione visiva | visual design
Dario Serio

all’interno del | as part of the
Progetto PUL 209-2011 – Compagnie in Residenza
con il contributo di | sponsored by
Être – un progetto di Fondazione Cariplo
K. il Processo è parte di | K. the Trial, is a part of the
Rete delle Residenze di Associazione Etre

Il lavoro fatto sulle luci di K. IL PROCESSO in fase di allestimento e debutto allo Spazio MIL mi ha dato molta soddisfazione, perché sono riuscita a realizzare esattamente quello che avevo in mente.

Questo è stato possibile grazie a diversi fattori: il fatto che giocassimo “in casa”, quindi in uno spazio che conoscevamo a memoria e in cui avevamo il tempo di lavorare; il fatto che fosse sostenuta da tutti l’idea che per la terza e ultima produzione di residenza (PUL Compagnie in Residenza) avremmo cercato di concederci il tempo e i modi che il lavoro richiedeva; di conseguenza, la disponibilità assoluta di tutti per tutti attorno a questo progetto. In ultimo, ma non meno importante: sia io che Fabio (Ferretti, organizzatore) abbiamo messo in campo i nostri contatti personali con service e fornitori, in modo da riuscire a estorcere favori che ancora oggi stiamo ripagando.

Ma questa è un’altra storia.

L’allestimento prevedeva il palco vuoto, e solamente 3 flight cases da magazzino tecnico rivestite in alluminio goffrato che contenessero tutti gli oggetti necessari e che cambiando posizione modificassero la percezione dello spazio.

I cases in alluminio usati per lo spettacolo durante una scena corale.

A partire da questa idea, era chiaro che alle luci era lasciato un grosso margine d’azione – e una grossa responsabilità – nell’andare a disegnare e sostenere i cambi d’atmosfera previsti nello spettacolo.

In accordo con Paolo (che ha curato la regia), la mia proposta è stata da subito di lavorare con luci poco teatrali: non “piazzato” ma luce diffusa in modo non omogeneo; non “speciali” ma lame di luce che sembravano entrare da spiragli e cadere sul palco in modo quasi casuale. In ogni caso, NON OMOGENEITA’.

Quindi: la prima scelta è stata quella di creare un piazzato con i PAR64, che di solito non si usano affatto in questo modo e che montati in batterie su tre americane creavano una sorta di effetto leopardo, di punti evidentemente più illuminati di altri. La disposizione dei PAR, comunque, era organizzata secondo una griglia geometrica, e quindi era abbastanza facile anche per gli attori sfruttare il gioco del chiaro/scuro (o se non è stato così sono stati bravi a farlo sembrare…). Il linoleum da danza nero permetteva anche di avere un pavimento semi lucido ma di limitare al minimo la diffusione involontaria di luce.

L’uso dei PAR per il “piazzato” consente di avere immagini talmente luminose da essere quasi in sovraesposizione, come in questa scena.

L’uso dei PC è stato ridotto al minimo: solo 2 PC da 2Kw sul frontale (che se necessario smussassero il contrasto dato dai PAR tra luce e buio) e 4 PC da 1Kw di taglio, asimmetrici, che disegnassero dei corridoi alternati.

A completare il tutto, tre accensioni di ACL come controluce (diciamo PAR in serie a bassa tensione) e due GIOTTO Spot CMY 400 della SGM di taglio, incatenati alle putrelle (grazie al sudore della fronte di Beppe Sordi).

In questa foto è possibile vedere sul fondo le barre ACL e le macchie di luce che creano sul pavimento. Oltre a questo, anche la differenza di luminosità delle diverse zone del palco vuoto che creano a servizio della narrazione dei primi piani staccati da tutto il resto.

Tutti i proiettori a incandescenza sono rimasti senza gelatina con l’intenzione di sfruttare la temperatura colore nativa delle lampade (più calda quella dei PC, più bianca quella dei PAR e delle ACL); le uniche note di colore sono rimaste a carico dei motorizzati, che lavorando in CMY permettono una miscelazione ottimale e molto sensibile dei colori.

Qui è evidente la differenza: la qualità della luce del GIOTTO 400 (di taglio, bianchissima, che illumina appena i corpi e il fumo della sigaretta); i PC a bassa intensità su di lei, che fanno una luce quasi gialla; i PAR più vicini alla posizione di lui, con una luce più bianca.
La luce isola Joseph K. da tutte le altre presenze che lo circondano.

K. il Processo ha partecipato al Festival Luoghi Comuni (Bergamo, marzo 2012) ed è tutt’ora in distribuzione.

il piano luci dell’allestimento allo Spazio MIL

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