Per un pelo.

Era un uomo fedele. Fedele a se stesso, prima di tutto. E per come la vedeva lui, era già qualcosa.

– Più di qualcosa.

– Come dici?

– Stai zitta.

Lei gli piaceva più di ogni altra cosa al mondo. Non c’entrava l’amore, e non c’entrava nemmeno il sesso. Più precisamente, impazziva per il suo odore, per il suo sapore.

Quando si vedevano non facevano l’amore. Lui si limitava a leccarla, cosa che la faceva impazzire, e si salutavano tutti e due più contenti.

L’aveva scoperto per caso. La prima volta che si erano incontrati aveva bevuto – forse era stato quello a disinibirlo, e a condurlo a fare qualcosa che non aveva fatto mai.

Il sesso orale non l’aveva mai interessato. Anche con sua moglie, all’inizio due timide leccatine, poi basta. Lui aveva smesso semplicemente di farlo, e lei, che ne sentisse o meno la mancanza, non era certo il tipo di donna che lo chiede. Quel sapore acre, quell’odore così forte da dare la nausea – no, non gli piaceva.

O almeno così aveva sempre creduto.

Poi quella notte, un po’ ubriaco dopo una cena aziendale, scomodi in macchina, chissà perché si era ritrovato sotto la sua gonna, faccia a faccia con il sesso di lei, ed era successo. Aveva scoperto un mondo. Era dolce, docile, morbida. Lì sotto aveva sentito di avere un potere immenso – ogni minimo contatto causava in lei fremiti, mugolii, il corpo si tendeva, tutto intorno a loro spariva nel buio, restava soltanto quella scintilla, quel contatto elettrizzante.

Si sentiva Dio, per come sapeva accenderla. Sentiva di darle la vita.

Amava molto sua moglie. E sapeva che anche lei lo amava. Questa era la cosa più importante. Poi c’era quel suo piccolo segreto, che però era un’altra storia.

– Lei non sa di me, vero?

– No.

– E non lo saprà mai?

– Secondo te?

– Sei un uomo che sa mentire.

No, questo non era vero. Lui non sapeva affatto mentire. Aveva sempre pensato che dire bugie fosse troppo faticoso, inventarsi storie su storie, e fare sempre attenzione alle parole, alle coincidenze, alla coerenza degli eventi… Sapeva di essere troppo distratto per sostenere quella parte.

Si limitava a omettere. Non mentiva, semplicemente non diceva. E finora era andata bene così.

– Hai intenzione di passare la serata a parlare?

Lei per tutta risposta rilassò la schiena sul sedile già reclinato dell’auto, e sollevò lentamente l’orlo della gonna. Non aveva le mutandine.

La tensione che si creava tra loro, da quando si incontravano a quando la lingua di lui la sfiorava per la prima volta, era perfetta.

Era semplice. Era tutto lì. Non c’era nessun prima e nessun dopo, non c’erano nè “se” nè “ma”. Il mondo fuori da quell’auto sprofondava nel buio, morivano i rumori della città. L’abitacolo scomodo, stretto diventava un’isola, una casa sull’albero, una tenda nel deserto, la scialuppa di due naufraghi. Il resto del mondo, il resto della città si sbriciolava come un castello di sabbia, scivolava via erodendosi, in un fruscio, per non disturbare quel momento di assoluta perfezione.

Cercavano di farla durare, quell’attesa. Era il loro unico preliminare. Qualche frase, a spezzare il silenzio. Ma poche parole, il cui significato era assolutamente irrilevante, il cui significato era travolto e schiacciato da un sottotesto incontenibile.

Lui si abbassò su di lei – gli piaceva quella scomodità. Il frutto più succoso sta sul ramo più alto.

Sentì il suo odore come un richiamo, al quale sapeva di non voler opporre resistenza.

Molto lentamente, si avvicinò, finché non sentì il pelo di lei solleticargli il naso – non avrebbe mai voluto che lei si depilasse, e lei non l’aveva mai fatto.

Allora si fermò, inspirò e espirò profondamente, come se stesse passeggiando sulla spiaggia in uno di quei giorni in cui il mare sa veramente di mare.

Lei ebbe un brivido.

Si avvicinò ancora, e le diede un bacio con le labbra.

Lei sussultò.

Poi tirò fuori la lingua, e le diede una lunga e lentissima leccata.

Sentì che lei incurvava la schiena.

Ogni volta era diverso. Lui non aveva un copione, una strategia. Faceva esattamente quello che voleva fare, e quello che faceva gli piaceva, da morire.

Non aveva mai pensato al sesso come a qualcosa che si può sapere o non saper fare. Aveva la convinzione che per fare del buon sesso ti deve piacere farlo. E basta. Non si sentiva bravo, si sentiva bene. Da Dio.

Aumentò il ritmo. Capì che lei era vicina all’orgasmo, lo teneva per i capelli.

Poi sentì che un pelo gli si era infilato sotto la lingua. Sentì l’impulso di toglierlo con le dita. Ma la voglia di sentirla gridare di piacere era troppo forte.

Arrivò come un’onda che si schianta contro gli scogli.

Immediatamente lui spalancò la portiera e si buttò fuori dalla macchina, si infilò due dita in bocca alla ricerca di quel pelo con uno sforzo di vomito.

Lo sentiva, sotto la lingua, in fondo alla gola, non riusciva a prenderlo.

– Tutto bene?

Lo chiese ancora ansimante, con una sottile punta di preoccupazione nella voce.

Lui alzò una mano come a dirle di aspettare un attimo.

Poi trovò il pelo: una lunga spirale nera.

Rimase per un attimo così, piegato, nel parcheggio, mentre il mondo attorno a loro riaffiorava dall’oscurità. Le lacrime gli scendevano sulle guance anche se non stava piangendo. Prese un fazzoletto, si soffiò il naso, si asciugò il viso.

– Tutto bene?

Si voltò verso di lei, si era risistemata i vestiti, e aveva rimesso in posizione il sedile. Adesso era lì, in piedi, a fianco dell’auto.

Lui annuì.

Era tutto a posto, sentiva solo grattare un po’ la gola.

Le si avvicinò, lei lo baciò. Le piaceva sentigli sulle labbra il proprio odore.

Si salutarono. Lei si allontanò a piedi, lui si mise alla guida dell’auto.

Si fermò davanti a un bar, chiese un caffé e andò in bagno. Alla luce del neon, davanti allo specchio, cercò di guardarsi in gola, ma non vide niente di strano. Eppure continuava a sentire quel pelo come fosse lì, attorcigliato sul piloro, sotto la lingua, tra la guancia e la gengiva, ruvido, rigido, lo sentiva muoversi quando muoveva la lingua.

Si lavò la faccia col sapone.

Lasciò il caffé sul bancone, lo pagò, e uscì.

Tossì per tutta la strada, cercando come di schiarirsi la voce. Sputò fuori dal finestrino, più volte, gli dava fastidio deglutire la saliva. Se ne tornò a casa col finestrino abbassato, lasciando che l’aria fresca gli soffiasse sul viso.

– Ciao tesoro.

Lei seduta sul divano. Lei davanti alla televisione. Lei, sorridente, felice davvero di vederlo.

Bacio sulla guancia.

– Com’è andata?

– Bene. Un po’ stanco.

– Hai cenato?

– No, ma non ho fame.

Lui seduto sulla poltrona. Lui con le scarpe slacciate. Lui con la cravatta allentata.

– Tu?

– Io bene.

Lei, telecomando in mano. La televisione senza l’audio.

Lui, cercando di schiarirsi la voce.

– Hai la tosse?

– Mi gratta un po’ la gola.

– Esci sempre senza sciarpa.

Lui con quel sapore in bocca.

Lui, incapace di mentire. Lui, abile all’omissione.

Silenzi domestici. Impercettibilmente diversi dal solito.

Nello schermo della televisione, inseguimenti d’auto, spettacolari incidenti, poi pubblicità – fissante per dentiere.

Lui, testa reclinata all’indietro. Occhi chiusi. Colpo di tosse. Dominare il rigurgito.

– Ti ho cercato in ufficio.

Silenzio, domestico. Decisamente diverso dal solito.

– Mi hanno detto che eri uscito alle cinque.

Silenzio, teso.

Lui, senza muoversi.

– Un sopralluogo. E un incontro con il cliente.

Ancora silenzio. Nello schermo della televisione, pubblicità – shampoo e balsamo.

Due piccoli colpi di tosse, nervosi.

– Hai un’altra?

La domanda, domestica.

Il silenzio, teso.

Nello schermo della televisione – assorbenti.

Le parole stavano per emergere, poi in gola di nuovo quel fastidio, e una tosse falsa, a celare dei piccoli sforzi di vomito.

Lo sguardo di lei fisso su di lui, deciso ad aspettare una risposta.

“Non sono uno che dice bugie”, cerca di pensare lui. Ma anche il pensiero è reso difficile dai singulti, la lingua si contrae come un serpente ferito, lacrime senza pianto gli rigano le guance.

Poi riesce a calmarsi, e ad alzare lo sguardo verso di lei; un piccolo cenno, come a chiedere scusa di quell’attesa agli occhi di lei che rimangono impietosi.

– Amore, ma che cosa dici?

La voce roca di lui, stonata.

– Ti ho chiesto se hai un’altra. Tutto qui.

Lui sorride, allunga una mano, gliela appoggia sul ginocchio.

– Amore, no. Non ho nient’altro che te.

Fa appena in tempo a finire la frase, il pelo in fondo alla gola comincia a muoversi. Ha degli sforzi di vomito, si piega in avanti, cerca di infilarsi le mani in bocca per toglierlo. Gli occhi sembrano spingersi fuori dalle orbite per la pressione, piangono lacrime, il tempo per prendere aria tra un singulto e l’altro è sempre più breve. Si lascia cadere in ginocchio sul pavimento, vomita sul tappeto – saliva e succhi gastrici. Il pelo nella sua gola sembra essersi allungato, lo sente in gola, sotto la lingua, tra le gengive e le guance, annodato al piloro, tra i denti, sul palato. Le mani cieche non riescono a trovarlo. Pulendosi la bocca dalla saliva che cola, lo sente tra le dita. E allora prova a tirare, e sente per un attimo il pelo, lunghissimo, tendersi, lo sente passare dallo stomaco, e più giù, nell’intestino, sente che quel lunghissimo pelo lo sta attraversando tutto per il lungo, annodato nelle viscere, legandolo dall’interno, come un filo cuce insieme i pezzi di una bambola di pezza. Ma il pelo bagnato di saliva gli scivola tra le dita. Lo perde, non riesce più a trovarlo. Poi lo sente sulla punta della lingua, quando le dita lo trovano cerca di avvolgerselo sull’indice, come fosse del filo interdentale. Un altro sforzo di vomito, sempre più violento, ancora saliva e acidi gastrici sul tappeto. Tiene stretto il filo come se fosse legato a un aquilone. Lo tira piano, guadagna qualche centimetro, dà un altro giro attorno all’indice, tira ancora, lo sente scivolare tra le viscere. Vomita ancora, sul tappeto, saliva, acidi gastrici, e stavolta sangue. Adesso piange, davvero. Piange come un bambino che sente dolore, come un bambino che non sa perché, che ha paura di morire.

Ma continua a tirare. Guarda a terra e vede il pelo nero che gli esce dalla bocca disteso in spire come un serpente, adagiato sulla saliva, sul suo vomito – è lungo dei metri. Piange, disperato. Prova a tirare, piano, sente il pelo opporre resistenza, non scorrere più, e una tensione strana alla bocca dello stomaco, come se il pelo fosse avvolto intorno alle sue viscere. Piange, come non faceva da non sapeva neanche quando, disperatamente. Il cuore gli sta scoppiando. Si avvolge il pelo attorno al palmo della mano, stringe forte il pugno, poi tira con uno strattone tanto forte da portagli il braccio dietro la schiena. Cade sul tappeto impregnato di saliva, sangue e vomito, cade di fianco. Davanti a lui le sua viscere, legate insieme come un arrosto di vitello.

La gola finalmente libera, il pulsare delle tempie rallenta, un senso di pace assoluta, il corpo stremato che finalmente si rilassa.

Silenzio. Niente più spasmi. Niente più dolore.

Lui, rannicchiato sul tappeto del salotto, su un mare di saliva, svuotato.

Con gli occhi chiusi, lascia andare un ultimo, lunghissimo sospiro, e un ultimo, brevissimo pensiero: “Per un pelo morivo.”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...