Quando le coppiette smetteranno.

Bob le aveva chiesto di vedersi al parco.

Avevano discusso – forte – al telefono. E lui alla fine aveva sbottato: adesso ci vediamo. No adesso no. Perché adesso no? Perché non voglio vederti. E invece ci vediamo, ci vediamo al parco, tra un’ora.

Era stanco – questo sentiva mentre pedalava senza fretta verso l’appuntamento. Luglio era stato un mese difficile, e agosto neanche iniziato già ne sembrava figlio, pronto a pagare i peccati del padre.

Era stanco – quanto tempo buttato a discutere a parlare a litigare.

Era stanco – aveva un magone in gola. Ogni pedalata, un buon proposito.

1) Non piangere

2) Dignità

3) Non piangere davanti a lei

4) Chiudiamola qua

5) Non piangere

6) Non piangere

7) Vai lì e la chiudi qua

8) Non cercare di convincerla che potrebbe funzionare

9) Ascolta quello che deve dirti

10) Non piangere

11) Parla per ultimo

12) Mentre parla, ascoltala

13) Non piangere

14) Prenditi il tempo che ti serve prima di parlare

15) Non piangere

Si era alzato il vento, si stava facendo scuro il cielo, qualcuno apparecchiava per il temporale dell’ora di cena, e prometteva di mollare giù un bel po’ d’acqua di lì a poco. Ma a Bob non importava, anzi, gli sembrava perfettamente coerente con quello che sentiva, quell’elettricità nell’aria. Ecco, come i bovini verso il macello, pensò.

Cercava di mettere in fila i pensieri. Non era molto che stavano insieme, e se le cose non vanno, non vanno. Io voglio stare bene e basta, si ripeteva. Ma non poteva fare a meno di sentire in fondo una sorta di ostinazione, che a guardarla in faccia gli diceva che lui voleva stare bene con lei. Non stare bene senza di lei.

Ma non sapeva cosa farsene di quell’ostinazione. Anzi, cercava con tutte le forze di scrollarsela via di dosso prima di arrivare al parco. Dovette afferrare più saldamente il manubrio, perché adesso il ventoi aveva preso a tirare violente sferzate, che lo facevano sbandare.

E anche per questo pedalava con calma.

Erano volate parole pesanti. E lui sapeva bene che non poteva lasciarle passare così solo perché voleva stare con lei. Perché poi se ne sarebbe pentito. Perché poi si sarebbe odiato per questo. Perché poi avrebbe odiato lei.

Ma come si fa a rinunciare a qualcuno se ne sei innamorato?

Questa domanda rimase senza risposta e si sciolse via da sola quando arrivò al cancello del parco. Scese dalla bici. Iniziò a camminare verso la loro panchina.

Svuotato, il parco. Complice l’estate e il fatto che fosse ora di cena. E quel vento, che mulinellava la polvere sulla ghiaia. Il buio che si fece di colpo diede il segnale ai lampioni per accendersi, nonostante non fosse poi così tardi. Ma Bob di questo non si accorse.

Era seduto, sulla panchina, e si sentiva così solo al mondo. Piccolo. Uno stronzo qualunque. Avrebbe voluto che piovesse forte, e che i goccioloni pesanti lo consumassero via. Sentiva quel magone in gola, quel peso sulle spalle, si sentiva vecchio. Guardò il cielo, uno spettacolo di grigi e neri degni della città che gli stava sotto, faceva quasi paura. Ma a lui non importava.

Poi arrivò lei. Gli sorrise. Era bellissima. Cercò di non guardarla.

Lei si sedette accanto a lui.

– Ciao.

– Ciao. Le rispose senza voltarsi.

– Come va?

– Male.

– Mi dispiace.

– Non credo.

– Va bene.

Non va bene per niente, avrebbe voluto dirle. Ma invece ingoiò la saliva e si chinò a girarsi una sigaretta.

– So di aver esagerato.

Le costò fatica dirlo, lui se ne accorse. Si impose di non voltarsi a guardarla. In quel momento il vento si alzò, e gli portò al viso il profumo di lei. Mai più mettersi sottovento. Quel profumo gli faceva salire le lacrime agli occhi. Li chiuse un attimo. Accese la sigaretta.

– Lo sapevi dall’inizio, com’ero.

Non aveva nessuna intenzione di aiutarla. Rimase in silenzio, fumando. Alzò lo sguardo, davanti a loro una staccionata di legno separava il viale di ghiaia da un piccolo declivio; poco oltre un laghetto scuro sul quale piegavano le fronde degli alberi mosse dal vento che lentamente montava.

– Io non so se sono capace, dico, se sono all’altezza di questa cosa.

Ma quale altezza? Si voltò a guardare la propria bici, appoggiata lì di fianco. Questa è la mia bici. Io mi prendo cura di lei e sarà la mia bici finché non lo sarà più. Non è la bici migliore del mondo, ma è la mia. Coi suoi difetti, coi suoi problemini. Ma è la mia. E per me non ce n’è un’altra. Ci siamo adattati, l’uno all’altra. Cosa c’è di difficile in questo? Non disse neanche questo.

– Io ci tengo a te. Ma non so se sono capace.

Silenzio. Lei si allungò sulla panchina per prendergli il tabacco, e si girò una sigaretta. Poi rimise le cose a posto, e gli tese una mano; lui le porse l’accendino. Quando lo sentì scattare si voltò a guardarla. Teneva la mano davanti alla fiamma per accendersi la sigaretta, il vento le spingeva un ciuffo biondo di capelli davanti agli occhi, e se possibile era ancora più bella. E poi il suo profumo.

Si voltò di scatto quando sentì una lacrima fare capolino all’occhio destro. Per fortuna il sinistro gli sembrava asciutto. Lasciò che la lacrima scorresse giù per la guancia, al riparo del suo profilo. Guardò dritto davanti a sè, come a voler porgere il petto a quel dolore. Guardò gli alberi, la staccionata di legno, per accorgersi solo in quel momento che per un tratto era interrotta, come sfondata, e che al suo posto era stato tirato del nastro bianco e rosso.

Si alzò, e fece due passi verso il laghetto nero. L’acqua nonostante le sferzate del vento era immobile. Raccolse due sassolini  e li lanciò a increspare quel nero. Pregò dio che lei non si alzasse non lo seguisse non lo guardasse non lo toccasse mai più.

Si voltò per tornare alla panchina.

Lei aveva la testa tra le mani, le spalle ferme, e tutti quei capelli biondi scossi dal vento. Stava piangendo. Pelle d’oca la pelle scoperta, anche la temperatura si era abbassata. Non aiutarla. Si disse Bob risedendosi sulla panchina.

– Io… Io voglio stare con te. Non ti voglio perdere. Ma non so se ci riesco. Gli disse lei piangendo. E dato che lui non accennava a voltarsi, gli appoggiò una mano sulla nuca, accarezzandogliela.

Lui sentì che dentro si rompeva tutto. E allora parlò. E le disse.

– Cosa c’è di difficile? Io voglio stare con te. Tu vuoi stare con me. Facciamolo e basta. Basta.

– Non posso.

Stavolta tutti e due gli occhi di Bob ritennero opportuno liberarsi dell’acqua che trattenevano. E a lui non importò più granché, sentire quel nodo che piano si scioglieva, sentire la saliva che si addensava impastandogli la bocca. A Bob non importò più granché.

Si voltò verso di lei, poi si alzò in piedi e le si mise davanti, puntandole l’indice in faccia.

– Io credo … Io credo che le cose belle non si possano buttare via così. Credo che sia un peccato mortale, anche per tutti quelli che una cosa bella così non ce l’avranno mai. Anche per noi che forse non ce l’avremo mai più. Le cose belle non si buttano via. Se lo facciamo, dio o chi per lui se fosse giusto dovrebbe maledirci. Se ci fosse. Se fosse giusto.

Dando le spalle al lago, Bob non si accorse di niente.

Sentì solo un rumore stranissimo, come un forte risucchio, ma che non ebbe il tempo di decifrare. Vide solo che il viso di lei cambiava di colpo espressione, lei sgranò gli occhi, spalancò la bocca, le si spaccò il respiro. E per un attimo pensò che finalmente era riuscito a colpirla come doveva.

Poi si sentì sollevare e portare via, poi più niente di niente.

Lei invece vide. Alzando la testa vide Bob furioso in piedi davanti a lei, che le sputava addosso quelle parole, quelle parole che lei sapeva giuste, ma che facevano male. Poi sullo sfondo apparve qualcosa di scuro, qualcosa di scuro enorme che sembrava levarsi dall’acqua del laghetto, che sembrava l’acqua nera stessa del laghetto erigersi come in una nera lucida colonna.

Ma quella nera lucida colonna aveva squame nere lucide, aveva occhi gialli, e fauci spalancate, e quelle fauci spalancate in cima a quella nera lucida colonna in un secondo si portarono via il suo Bob. Un secondo, neanche il tempo di gridare, deglutito Bob, si portarono via anche lei.

Nel silenzio totale l’enorme bestia, placida, si lasciò sprofondare nelle acque nere lucide del laghetto.

Poi iniziò a piovere fortissimo. Un muro d’acqua.

Appena mezz’ora dopo il temporale si spostò abbandonando le fronde del parco.

L’addetto comunale che faceva il giro per chiudere i cancelli vide due biciclette abbandonate di fianco a una panchina. Chiamò ad alta voce. Nessuno rispose.

Si ricordò allora di quando anche lui tanti anni prima in mezzo a quei cespugli si attardava con le ragazze, e poi per uscire dovevano scavalcare. Gli scappò un mezzo sorriso.

Si avvicinò alla panchina, lanciò uno sguardo verso il laghetto scuro. Tutto tranquillo. Bene.

Raccolse la borsetta, il tabacco, e si diresse verso l’uscita. Le bici le avrebbe recuperate l’indomani.

Quando le coppiette del cazzo smetteranno di venire a limonare a litigare sulle panchine di questo parco, sarà un bel problema. Pensò.

Poi chiuse il cancello a chiave, e continuò il suo giro.

 

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