Ti porto io.

a Valentina,

lontanamente ispirato a fatti realmente accaduti.

 

 

 

 

La giornata non era iniziata bene. E si sa che le cose nel loro inizio portano il germe del loro destino.

Si era svegliata tardi, e aveva dovuto rinunciare al caffè, alla doccia, e correre, per arrivare fuori dalla De Amicis alle 9 meno cinque – giusto il tempo di una sigaretta.

Adesso fuma guardandosi intorno, seduta su un muretto. Non crede di assomigliare a niente: sicuramente non a una madre che ha accompagnato il proprio figlio a scuola – e perché dovrebbe essere seduta lì, a fumare? Le lezioni sono iniziate da un’ora ormai, e le poche mamme che ancora accompagnano di persona i figli a scuola planando li sganciano dalla carlinga dell’utilitaria come missili per poi sgommare verso il traffico nervoso della città, verso la spesa, verso il lavoro, e sono già lontane anche prima che il bambini abbiano varcato il portone scrostato di quello che, molti anni prima, era stato un ospedale durante la seconda guerra mondiale. Sua madre, questo le ritorna in mente in quel momento, incurante dell’esplodere dei clacson attorno alla A112 Abarth color caffelatte, non se ne andava finché non la vedeva entrare nel portone, e ancora aspettava che lei si girasse per mandarle un bacino e fare ciao con la mano. Ma è solo un attimo, poi lascia subito scivolare via il ricordo.

Sente attutito dalla distanza il suono della campanella: è finita la prima ora. Butta la sigaretta, raccoglie il borsone e entra nell’androne buio, che sa di mandarini e merendine vecchie. Controlla l’orario appeso in corridoio, sale al primo piano. Le porte delle classi sono tutte aperte, gruppi di bambini si riversano in corridoio con gli zaini – enormi – di sbieco sulle spalle. Occhiali storti, scarpe slacciate, giacche, giubbotti, cappotti trascinati, e cadere e raccogliere di sciarpe, guanti e cuffie sul pavimento. Individua la classe che cerca, la quarta A, vede la maestra Margherita, e le fa un cenno di intesa. Questa la riconosce, le sorride, le dice qualcosa che lei nella confusione non sente, e a cui risponde annuendo.

Si dirige verso i bagni delle insegnanti, chiude la porta. La maestra Margherita era stata molto gentile con lei, quando l’aveva incontrata qualche mese prima con gli altri genitori della prima D. E’ una delle insegnanti di sua figlia. “Ah, lei fa l’attrice? E’ meraviglioso, davvero. Credo che il teatro sia fondamentale, e sarebbe importante che i bambini lo incontrassero da piccoli, senza pregiudizi. Credo che possa dare loro un buon esempio di creatività sviluppata in collettività, in gruppo. Se la sentirebbe di pensare a qualcosa che si possa fare qui a scuola? Magari con i più grandi.” E sembrava crederci veramente, si era battuta molto perché ci fossero degli incontri nelle scuole del distretto, e alla fine aveva vinto.

Così, se non altro, lei adesso ha un lavoro. Ha preparato uno spettacolino di una quarantina di minuti, e rispolverato per l’occasione un personaggio che faceva anni prima, il Bao, si chiama, un clown nato durante non si ricorda più neanche quale laboratorio. La storia che racconta è molto semplice: il Bao vuole costruire una barca per fare un viaggio, ma non sa come fare. Dopo qualche tentativo fallito, chiede al giovanissimo pubblico un aiuto, e lo spettacolo finisce con il Bao e i mini-marinai che salpano su una barca fatta con quello che c’è a disposizione nella classe – i banchi, le sedie, la cattedra, magari coi disegni dei bambini.

Oggi lo fa per la prima volta, nella scuola di sua figlia.

Di solito la mette di buon umore lavorare, cosa che ultimamente non capita troppo spesso – né lavorare, né essere di buon umore. Ma adesso, davanti allo specchio nel bagno delle insegnanti, si sente stanca. Si sente vecchia. Il viso spento, le occhiaie profonde le ricordano che non è un bel periodo, per lei. Che è molto che sta tenendo duro, e che è molto che aspetta – sempre meno fiduciosa – i risultati che ripaghino i suoi sforzi.

Sospira, apre il rubinetto, si lava la faccia. Poi comincia a stendere il cerone bianco sul viso. Poi sul bianco disegna il trucco del clown. Si veste. Indossa le scarpe enormi e la parrucca verde. Si siede sul water, spalanca la finestra, accende un’ultima sigaretta, ripassando mentalmente gli snodi della storia che deve raccontare. Sente suonare la campanella della terza ora, adesso si tratta solo di aspettare che i bambini cambino classe e poi si va. Si alza di scatto dal water, e ha un capogiro, un brusco abbassamento di pressione. Automatico il pensiero – Dovrei smettere di fumare. Alza il coperchio del water, butta la sigaretta, lo richiude e ci si risiede sopra, appena in tempo: le orecchie ronzano, la vista di offusca. Non svenire. Non svenire. Non svenire. Nel bagno stretto si gira, alza le gambe sulla parete di piastrelle, appoggia la schiena alla parete alle sue spalle. Ha i brividi di freddo, ma si sente sudare sotto il costume sintetico. Non svenire. Chiude un attimo gli occhi. Poi sente un senso come di liquido caldo nelle mutande e una stretta al basso ventre. Merda. Il ronzio è passato, riapre gli occhi, si alza, solleva il coperchio del water, si tira giù pantaloni e mutande e si siede sulla tazza. Il suo ciclo mestruale, tutt’altro che regolare, ha scelto proprio quel momento per compiersi, questo lo può dedurre dalla macchia rosso scuro nelle sue mutande. Merda. Rimane un attimo seduta lì così, con il sudore che le attacca il costume alla schiena. Poi si riprende. Non ha niente con sé, allora fa un fagottino di carta igienica e lo mette nelle mutande, facendo molta attenzione che non si sposti quando le tira su, e sperando che duri per tutta l’ora seguente. Lascia in un angolo il proprio borsone con i vestiti appoggiati sopra, si lava le mani, ed esce.

Il corridoio è deserto, e silenzioso. Lo attraversa. Le orecchie le ronzano ancora, si sente la testa come vuota e una strana rilassata debolezza. Arriva davanti alla porta della classe, mette la mano sulla maniglia, fa un respiro profondo. Poi apre la porta e si butta all’interno dell’aula, gridando, come da copione, “Marinai! Marinai!”.

Fa in tempo a dire solo queste due parole, perché poi una consapevolezza improvvisa la congela. E’ incredibile come in certi momenti il cervello umano riesca a cogliere tante informazioni in un unico istante. Esattamente capisce che: quella seduta alla cattedra non è la maestra Margherita ma un’altra, i vetri delle finestre sono sporchi, la classe non è quella in cui sarebbe dovuta entrare ma un’altra, i disegni appesi alle pareti sono altri, i banchi, la cattedra sono disposti in modo diverso, al muro è appeso l’alfabeto figurato con la ape per la lettera “a” e una canna di bambù per la lettera “b”, le venti testoline che si sono girate a guardarla non sono quelle a cui era destinato il suo spettacolo ma altre venti testoline.

Percepisce l’interrogativo nello sguardo della donna adulta seduta alla cattedra, che adesso si è alzata e sta cercando di calmare i bambini la cui confusione è un unico boato nella stanza dai soffitti troppo alti. Cerca di comporre mentalmente una frase di spiegazione che sia convincente ma senza usare troppe parole. Sente di avercela quasi fatta quando la donna si volta e fa qualche passo nella sua direzione.

Fa qualche passo anche lei verso quell’unica figura adulta, fa tre passi. Al quarto, inciampa su un laccio slacciato delle sue stesse giganti scarpe da clown, e cade in avanti sbattendo la faccia a terra. La classe esplode in un rombo di risate e grida. Non si è fatta male, ma qualcosa le pesa in modo insopportabile dentro, e lei sente di non avere la forza di rialzarsi, almeno non subito. Sente sapore di ferro in bocca. Allora alza un poco la testa, e vede del sangue a terra. Si tocca la bocca. Si dev’essere spaccata il labbro cadendo. Ecco, pensa. Potrei restare qui per sempre. Sto bene qui, lasciatemi qui. Grazie. Sto bene. Voglio solo restare qui, ancora un pochino soltanto. La voce della maestra e la confusione dei bambini che non si vogliono calmare le arrivano da lontano. Chiude gli occhi. Ripensa a sua madre, a quando la portava a scuola e aspettava che entrasse per andarsene. E quando usciva la trovava di nuovo lì, in macchina ad aspettarla. L’unica cosa che le faceva capire che non era stata lì tutta la mattina era che la macchina era girata nell’altro senso, dall’altra parte della strada, e che c’era la spesa nel bagagliaio. Solo una volta sua madre si era dimenticata di venirla a prendere, e lei aveva aspettato due ore da sola sui gradini. E lì, così, le viene da piangere, senza sapere se sia stato il ricordo a commuoverla, o la pena che prova per se stessa, stesa lì a terra, in quel momento. Non fa in tempo a capirlo che due grossi lacrimoni cominciano la loro discesa per mischiarsi al sangue sul pavimento.

Un attimo dopo si sente toccare la guancia e apre gli occhi: una bambina è piegata su di lei, la guarda. E le dice: “Mamma, ti sei fatta male?”

Allora lei trova per caso un sorriso, e piano scuote la testa.

E la bambina le dice, porgendole la mano: “Vieni che ti porto a casa”.

E lei le prende la mano, si alza. Aspetta che prenda la sua cartella, le sue cose. Poi si lascia prendere la mano e accompagnare fuori.

Quando escono nella luce, la bambina la guarda e le dice: “Non ti preoccupare, ti porto io.”

 

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